domenica 19 febbraio 2012

Sono Tornata!

Wow, sono passati 2 anni all'ultima volta che ho scritto su questo blog. Due anni in cui sono succede parecchie cose quindi ne faro' una veloce panoramica, prima di lanciarmi sul motivo del mio ritorno e su cosa ne sara' di Storie di Ordinaria Follia da oggi in poi.

Ho finito il mio master negli Stati Uniti, dopo due anni in cui credo di non aver mai studiato cosi' tanto, letto cosi' tanto ed essermi incazzata cosi' tanto. Mi sono fatta un debito che paghero' ancora per almeno 3.5 anni, ma ne e' valsa la pena. Columbia University non e' solo una Ivy League School per il nome, ma anche perche' di fatto ti fa spaccare le schiena cosi' tanto che alla fine o sei una capra, o devi per forza imparare a ragionare, criticare e collegare tutto cio' che hai studiato negli anni precendenti. Credo anche che non avrei tratto cosi' tanto vantaggio da un master in una scuola americana se non avessi avuto il bagaglio di conoscenza che mi ha dato la scuola italiana, ma questa e' un altra storia (o un altro blog post).

Durante l'ultimo anno del mio master, e ben evidente dai miei ultimi blog posts prima di questo, ho incominciato ad interessarmi ed appassionarmi all'uso di nuove tecnologie, delle applicazioni di nuove tecnologie a problemi di assistenza umanitaria, politica eed identitaria. Cosi' al giorno della mia laurea, maggio 2010, mentre aspettavo che chiamassero il mio nome per darmi il tanto agognato, (e caro) pezzo di carta, ho deciso che questo era quello che volevo fare, e che molto probabilmente avrei preferito percorrere una strada meno battuta ma senz' altro piu' divertente.

Ed e' cosi che oggi sono una Consulente per l'uso di nuove tecnologie e nuovi media, tecnologia mobile e crowdsourcing. Mi sono trasferita a Nairobi, anche se devo essere sincera che da un anno che ci vivo, non ci ho mai passato piu' di 2 settimane di fila. In compenso viaggio in continuazione, specialmente in Africa.

Ho il mio blog "professionale" in Inglese, Diary of a Crisis Mapper, ne trovate il link in alto. Da quando ho cominciato quel blog mi sono accorta che non avevo piu' uno spazio (ed il tempo) per un blog personale, ergo la decisione di ricominciare Storie di ordinaria follia.

Mi sono chiesta se volevo cambiarne il titolo, visto che questo blog era nato come diario del mio anno in Palestina, ma ho deciso che in fondo, l'ordinaria follia che ho trovato li, la sto trovando un po' ovunque nel mondo. Ci saranno un po' di cambiamenti comunque, come il design delle pagine, devo ancora fare un po' pulizie, ma entro un paio di giorni ci sara' la versione definitiva.

Non lo so se Storie di Ordinaria Follia sara' solo personale o una mescolanze di professionale e personale, perche' in fondo ho sempre fatto fatica a separare le due cose nella mia vita, ma so per certo che anche questa sara' un altra avventura.

Mondo italiano: sono tornata!





lunedì 19 aprile 2010

Delirio da Crisis Mapper

Poco tempo fa ho scritto un saggio per l‘Universita’, per un corso in assistenza umanitaria, che uno dei problemi piu’ grossi che la comunita’ internazionale si trova ad affontare oggi e’ quello della distanza dalle comunita’ che si intende aiutare.

In questo contesto poco dopo ho inserito il concetto dello spazio degli invisibili, un concetto che si rifa’ alla relazione tra urbanistica ed organizzazione degli spazi, nello specifico riferito ai campi profughi.

Poco dopo, in un corso in Medio oriente mi sono incimentata ad analizzare, del tutto per caso, le rivolte in Iran a seguito delle elezioni del presidente. In questo saggio di ricerca per la prima volta mi sono trovata nella situazione in cui la miei piu’ complete fonti di informazione erano blogs, twitter, facebook e you tube. Il principio di per se mi ha lasciato da prima sconcertata: da studente datata, cresciuta in un sistema tradizionale e abbastanza rigido come quello italiano, non mi piaceva l’idea di usare mezzi di informazione cosi’ poco ortodossi, e temevo per la credibilita’ della mia ricerca.

Il semestre dopo pero’, ancora una volta mi trovo a scrivere un saggio di ricerca su Al Qaeda e di fatto devo fare affidamento sulle comunicazioni internet dell’organizzazione per ricorstruirne la struttura informativa. La mia ricerca partiva da un conferenza a Columbia dove Leoluca Orlando, ex sindaco di Parlemo, parlava del concetto di identita’ distorta usato dalla Mafia per rifarsi a concetti propri dell’identita’ siciliana e proporre una identita’ compatibile e cucita sopra i valori originali, in questo modo riempiti di nuovi contenuti (ad esempio il valore dell’onore, della famiglia, etc). Il mio punto era trovare quali di questi valori Al Qaeda utilizzasse per rifarsi ad una commune identita’ musulmana.

Prima ancora di questo saggio, una delle mie prima ricerche fu sull’identita’ palestinese e quella israeliana e le relazioni tra questi due valori espresse nella dinamica del conflitto. Il mio argomento qui era quello che il conflitto israelo-palestinese non poteva essere affrontato senza dare l’adeguata importanza al discorso identitario, che di per se si radica in una trappola storica dove la vera posta in gioco e’ una definizione di se stessi nata con il conflitto stesso che quindi si radica nella sua struttaura piu’ intima.

Oggi leggendo “New Technologies In emergencies and conflicts” pubblicato dalla United Nations Foundations, scritto da Coyle Diane and Patrick Meier, ho cominciato a riflettere su cosa mi stava portando ad interessarmi cosi’ tanto di questa cosa del crisis mapping e delle nuove tecnologie applicate alle emergenze.

Molto di quello su cui ho lavorato in questi due anni in verita’ sta prendendo forma: dal costruttivismo, all’interesse per l’identita’, all’importanza dell’individuo, al mio tentativo di trovare una implementazione al concetto di Protection che sia non piu’ rights-based, ma person-based, alla distorsione di valori per scopi propagandistici, alla intersezione con la costruzione dell’identita’ e della lotta per l’identita’ con il conflitto. E su questa base si passa al livello superiore della espressione politica, il potere dei media e della comunicazione, l’impulso a scappare delle reti di controllo informatico ed il loro valore politico e sociale. Ed infine lo spazio. Lo spazio come espressione fisica e come luogo della riorganizazzione sociale, lo spazio che diventa spazio identitario di esclusione ed inclusione da una identita’. Ma lo spazio anche come link tra la a-spazialita’ della rete e la localizzaione degli attori che interagiscono nella rete, cosi come la localizzazione degli effetti che queste interazioni producono.

In questo persorso mentale le potenzialita’ che le nuove tecnologie hanno ed il loro impatto sulle emergenze umanitarie e’ fortemente radicato in tre concetti fondamentali:

- l’identita’ come variabile principale da tenere in considerazione in una qualsiasi valutazione del come, dove quando, cosa e perche’ (individuo e comunita’ sopra una statica definizione di diritti)

- l’accesso bi-direzionale, inteso come accesso alle informazioni ma anche l’accesso ad essere fonte di informazioni

- lo spazio, come parte fondamentale della dinamica in contesto umanitario che deve essere tenuto in considerazione in termini di percorsi individuabili e come espressione visiva di trend che possono essere in questo modo utilizzati o influenzati. Ma anche lo spazio che di per se e’ parte integrante delle emergenze umanitarie come contesto spaziale e temporale di interazione e come urbanistica politica della organizzazione sociale.

Questi tre concetti sono intersecati uno con l’altro in una dinamica elestica, dove I posibili risultati possono essere influenzati enormemente dallo sviluppo del concetto di crisis mapping applicato a crowdsourcing tools e da tutte le tecnologie di comunicazione a basso costo che stanno emergendo. Questo mi esalta, il vedere una quantita’ di possibili strade che si aprono su scenari potenzialmente infiniti!

Mille altre idee stanno emergendo 

domenica 4 aprile 2010

SWIFT RIVER e USHAHIDI: UNA RIVOLUZIONE POLITICA


Ushahidi e' solo un programma. Un semplice, open source programma informatico. Fino a pochi mesi fa qualsiasi cosa legata con l'informatica era per me astrusa, complicata, fondamentalmente stupida e frustrante. Per me il Pc e' sempre stato un mezzo necessario, indispensabile ormai, utile alle volta, ma mai particolarmete interessante in se per se. Quello che mi interessava era il sapere a cui potevo accedere tramite il mezzo.
Oggi il computer e' per me il mezzo attraverso il quale la nuova rivoluzione politica sta iniziando. La nuovo rivoluzione politica si chiama Ushahidi ed e' destinato a cambiare le cose.
Ma cominciamo dall'inizio. All'inizio c'erano 5 individui e le elezioni in Kenya del 2008. Dopo le elezioni nel paese scoppia il caos e questi cinque individui, che sono tutti programmatori, decidono di creare una piattaforma online dove chiunque puo' mandare con un SMS dal suo telefonino informazioni su cosa sta succedendo intorno a lui. Non solo, la piattaforma puo' anche prendere informazioni da twetter, facebook, you tube. In aggiunta, sulla piattaforma vengono anche riportate le informazioni provenienti da giornalisti nei media locali ed internazionali. Tutte queste informazioni pero' appaioni su una mappa; ogni singolo evento viene mappato sulla cartina dell Kenya, fornendo un risultato molto semplice ed a tempo stesso rivoluzioniario: la mappatura di quanto avvenuto in Kenya in quesi mesi, il tutto categorizzato, geo-localizzato e inserito in una linea temporale coerente.
Ushahidi da allora e' cresciuto ed ha girato il mondo. Da li e arrivato in India, the US, Gaza, etc: essendo open source ogni persona o gruppo che vuole puo' creare la propria piattaforma Ushahidi e modificarla a suo piacimento.
Non solo. Ushahidi rivoluziona in immediato il normale flusso di informazioni in situazioni di emergenza o di crisi: non piu' giornalisti che osservano e pubblico che guarda, con la massa degli reali testimoni relegata nel suo roulo di vittima passiva dell'intero flusso di informazioni. Con Ushahidi la voce dei testimoni, delle vittime e della gente, trova la sua strada ed esce allo scoperto incontrollabile. L'informazione, fulcro del potere dei nostri giorni e delle nostre democrazie, viene in qualche modo svincolata dal suo normasle flusso di transito e diventa strumento di potere delle masse.
E poi e' arrivato il figliol prodigo: Swift River. perche' con Ushahidi il vero problema diventa evidente. Quando l'informazione e tanta, diventa facilmente troppa, e in un mare di informazioni ci si perde. Come con Internet, qualsiasi cosa cerchi puoi trovare tutto ed il contrario di tutto, e ancora non capire chi devi ascoltare. Ed e' qui che entra in gioco il nostro nuovo gioco. Swift River e' un semplice filtro: tu immetti le informazioni, ancora una volta da Twitter, SMS, facebook, news feeds, e-mail, e Swift filtra. ma non solo: Swift e' come un bambino piccolo, bisogna insegnarli come fare, ma una volta che impara, non se lo scorda piu'. Quello che succede e' semplice. Innanzi tutto tu puoi per prima cosa vedere quali informazioni vengono riportate da piu' fonti e quindi confermate; queste fonti in qualche modo condividono ora un grado di credibilita'. E questa credibilita' viene indicata con un punteggio da 1 a 100. Non solo, tu puoi cominciare ad eleborare delle categorie sotto le quali vedere e categorizzare l'importanza delle informazioni, e quindi puoi "Taggare" ogni informazione con una categoria. Il sistema impara le categorie, il punteggio di credibilita' e comincia fare dei calcoli con i suoi algoritmi per riconoscere queste categorie automaticamente dalle parole contenute nel messaggio. Oltre a questo, il sistema consente di evidenziare quali sono le fonti piu' autorevoli, senza che tu debba necessarimente sapere chi esattamente sono queste fonti. Questa e' la vera rivoluzione: se il numero di cellulare 2345XXXX manda ripetutamente dei messaggi che non vengono mai confermati da nessuna altra fonte allora avra' uno score medio. Se lo stesso numero manda SMS che vengono sempre, anche a posteriori, confermati da altre fonti, allora questo numero avra' un grado di credibilita' piu' alto. Se lo steso numero mi manda SMS che si rivelano sempre falsi, allora avra' uno score a 0. Questo significa che potenzialmente l'individuo X puo' avere molta piu' credibilita' del giornale nazionale gestito dal governo. Questo sistema crea una rete di fonti di informazione credibili che si autoalimenta ed espande con l'ampliarsi del flusso di informazioni e che potenzialmente diventa la fonte primaria di informazioni vitali. In un contesto di emergenza, dove tutte le informazioni sono vitali e dove la gestione di queste informazioni e' uno dei problemi piu' grandi, Swift River ed Ushahidi sono il futuro. Ma l'intero progetto Ushahidi ha potenzialita' ben al di fuori delle emergenze e delle crisi: Ushahidi e Swift River sono l'anarchia organizzata di cui vaneggio da tempo, l'ordine senza polizia, lo stato senza il governo: e' una nuova rivoluzione politica dove la posta in gioco e' il controllo delle fonti di informazione, da sempre nelle mani di pochi.

La e-Revolution e' cominciata! (Arrivera' mai in Italia? bah)

venerdì 13 novembre 2009

LO SPAZIO DEGLI INVISIBILI

In uno dei miei primi post ho parlato del concetto di Direct Democracy, o democrazia diretta, impersonato nel concetto di authanarchy cosi' come espresso da Akiva Orr nel suo omologo pamphlet.

Uno dei concetti espresso da Akiva nel suo manifesto sulla Democrazia Diretta e' il potere che ogni cittadino deve avere (sempre) di decidere, votare o revocare una decisione presa, e la totale mancanza di rappresentanza nell'esercizio di questo potere.

Una delle critiche piu' forti a questo concetto e' come fare passare da un sistema organizzato come la democrazia rappresentativa ad un sistema di democrazia diretta senza una rivoluzione violenta o il rischio di una guerra civile. Nella pratica il problema si esprime in termini di cambiamento del sistema vs cambiamento nel sistema. Il cambiamento del sistema porta inesorabilmente alla distruzione del sistema precendente, con tutti i rischi connessi. Un cambiamento nel sistema dall'altro lato prevede la creazione di misure di contenimento dei danni, ma non alla soluzione del problema. Tutto questo naturalmente partendo dal presupposto che le vere cause dei problemi sono intrinseche nel sistema stesso e nella sua struttura primordiale.

Io stessa mi sono spesso chiesta come e in che modo, senza contemplare l'uso della violenza, sia possibile costruire un sistema veramente democratico come la democrazia diretta senza incorrere nel rischio che la distruzione del sistema precedente porti a troppi danni collaterali o alla totale mancanza di basi per poter costruire poi un'altro sistema sulle ceneri del precedente.

Finche', pochi giorni fa, non ho avuto una brillante conversazione con la mia coinquilina, una architetto palestinese, creasciuta a Gerusalemme ed ora a NY per fare un master e possibilmente un dottorato. Nora mi ha spiegato il concetto di autodeterminazione urbanistica cosi' come studiato nel cosiddetto spazio degli invisibili, i campi profughi.

Il concetto e' molto semplice. In un posto come i campi profughi, dove non esiste pianificazione urbanistica ne' regole urbanistiche da seguire, la popolazione, in assenza totale di regolamentazioni, si auto-organizza e gestisce il proprio spazio in totale anarchia, ma senza sopprusi. La popolazione dei campi profughi auto-crea e gestisce i propri spazi senza per questo incorrere in eccessive problematiche e ottenendo di fatto spesso un risultato molto migliore di quanto non ottenga l'urbanistica pianificata delle citta'.

Applicato al concetto di politica questo concetto e' assolutamente brillante. Nella nostra idea di anarchia, come assenza di potere organizzato e di gerarchia, ma anche di ordine e di regole (che io non condivido come definizione di anarchia , ma uso qui a titolo di esempio) lo spazio politico dei campi profughi rappresenta cosa ccade quando non esiste piu' un sistema. La autodetrminazione dei popoli non e' un diritto che viene dato dall'alto, ma e' una forma di organizzazione politica che si sviluppa da sola.

In Somalia l'anno scorso 6 studenti si sono laureati in medicina all'universita' di Mogadisho. In Somalia non esiste un governo da almeno 10 anni che abbia il controllo sul paese e tantomeno su Mogadisho. Eppure, non solo la vita va avanti, ma la gente si autorganizza e riesce a fare le stesse cose che noi consideriamo associate alla sola esistenza di un potere centrale democratico e rappresentativo.

L'esperimento politico dei campi profughi e' estremamente interessante: il concetto di self- determination infatti si esprime in un ambiente dove non esiste alcuna struttura di base, alcuna autorita' con potere di enforcement spesso, e dove la totale gestione e creazione della societa' e' lasciata al potere o volere delle singole persone. Quello che ne viene fuori e' un sistema basato sulla autodecisione, sulla democrazia diretta, che porta ad uno stato di welfare, che non e' uno stato ma una sociata' di welfare, che si prende cura delle categorie piu' deboli, che provvede alla suddivisione delle risorse e degli introiti. La stessa educazione spesso e' completamente autogestita, e cosi' vale per la sicurezza e l'economia di mercato.

E' lo spazio degli invisibili, dove vengono relegati coloro che non si vogliono vedere, in questo sistema di apartheid globale dove esistono categorie di invisibili che vengono isolati anche dal punto di vista urbanistico, una partheid spaziale e politica, che vediamo anche nelle nostre citta', a partire dal muro cotruito a Padova per isolare gli immigrati, dai cancelli degli ex-CPT, alle barriere di Genova nel 2001. Lo spazio come espressione dell'apartheid politica. Questo spazio diventa arena politica di creazione di una nuova struttura sociale, una struttura basata sull'autodecisione e sulla autogestione, che porta ad una espressione di democrazia che non ha niente a che vedere con quella che noi ipotizziamo sola e possibile.

Ed ora la domanda e'..cosa succede quando questo spazio si apre? Cosa viene fuori e cosa entra? Quando saranno di piu' quelli fuori che quelli dentro, come gli invisibili si riprenderanno il loro spazio?

mercoledì 1 aprile 2009

SULL'ANARCHIA (e sul comunismo): DISCORSO TRA TIZIO E CAIO (TERZO TEMPO)


TIZIO: Allora, cosa mi dici del diritto alla proprieta' privata, come faccio a proteggere i miei diritti, senza governo o istituzioni?
CAIO: Siamo alle solite. Ogni volta che si parla dei diritti inviolabili dell'uomo salta fuori che la proprieta' privata e' uno di questi. E' da quel bravo ragazzo di Locke, poi Rousseau, poi ancora le varie costituzioni, ci raccontano questa vaccata da anni ed anni. E noi siamo cosi' abituati al fatto che e' cosi' che non ci azzardiamo a metterlo in discussione.
TIZIO: Allora sei un comunista!!
CAIO: Innanzi tutto sfatiamo questo mito sul comunismo. Cos'e' comunismo?
Se facciamo questa domanda a persone prese a caso in mezzo alla strada di qualunque paese, avremo sempre delle risposte diverse, ma tutte con un unica matrice: il regime comunista russo, oppure il regime comunista cinese. Ora, io sono una giurista in questo, ed amo le definizioni precise. Il comunismo e' un termine inventato da Marx, e quindi comunista e' la teoria economica di Marx. Marx non ha scritto trattati di politologia, Mark era un economista, ed quindi parla di teorie economiche. Marx non parla di una dittatura del proletariato in termini di lugo periodo: la dittatura del proletariato e' per Marx una fase intermedia e temporanea che serve al proletariato per creare la coscienza di classe, che dissolvera' la necessita' di un governo e fara' si che sia la coscienza delle persone a farle decidere su come amministrare le proprie risorse. La teoria economica di Marx non e' mai stata applicata. Ci si e' provato, si ha preso ispirazione dalle sue idee, ma non si e' mai riuciti a realizzare quello che Marx proponeva come soluzione al problema di classe ed all'esistenza del capitalismo.
TIZIO; Vedi allora che mi dai ragione, il comunismo e' stato un fallimento quando e' stato attuato ed ha portato a terribili dittature e regimi, quindi e' una teoria sbagliata.
CAIO: No, una teoria non e' solo sbagliata o giusta, una teoria ha degli assunti di base e delle soluzioni proposte, ma queste due non sono la stessa cosa. Una teoria e' appunto teorica, la realta' e' per definizione, reale. Si puo' essere in disaccordo con le soluzioni che Marx propone per risolvere il problema, ma ad oggi non si puo' negare che quel problema esista, o che la sua analisi sullo sviluppo nel tempo del capitalismo fosse sbagliata. Marx aveva infatti ragione: il capitalismo e' un sistema economico che non si puo' sostenere all'infinito, le classi sociali si stanno sempre piu' delineando su schieramenti lontani ed opposti ed i governi stanno difendendo gli interessi delle classi ricche e dei proprietari di capitale.
TIZIO: allora la tua anarchia si riduce a questo? un altro regime del partito comunista, i pogrom, epurazione delle classi ricche??
CAIO: vedi che ancora non ci sei? E' un altro discorso completamente diverso parlare delle soluzioni che Marx aveva delineato per risolvere il problema, tra cui la dittatura del proletariato, e poi la dissoluzione dello stato. Anche qui, la dittatura del proletariato a me suona di molto romantico ma inutile, una dittatura e' una dittatura e la creazione di una coscienza e' per me inconciliabile con un sistema dittatoriale. Ma Marx ha scritto in altri tempi, tempi in cui la dittatura era considerata come un mezzo come un altro per governare. Cosa che in effetti e'.
TIZIO: Allora mi stai dicendo ancora che secondo te dittatura e democrazia sono la stessa cosa? Che non esiste differenza? sono solo due modi per governare??? e allora dove sta la liberta', la giustizia, l'eguaglianza?
CAIO: Noi dobbiamo sempre decidere se una cosa e' buona o cattiva, e di conseguenza tutto quello che da li discende e' buono o cattivo. Noi abbiamo bisogno di dire che una dittatura e' cattiva rispetto ad una democrazia e' buona senza soffermarci sulle conseguenze di una e dell'atra per decidere.
TIZIO: perche' le conseguenza sono le stesse?? Tu che vivi negli USA hai gli stessi diritti di chi vive in Russia, o Cina??
CAIO: No. Ma questo non significa che la democrazia americana e il regime cinese non servono lo stesso scopo, e non creano le stesse problematiche e costrizioni. come faccio a dire che una e' buona e l'altra e' cattiva? In cosa quantifico l'efficienza della democrazia rispetto alla dittatura, dalla quantita' di cose che posso comprare e di cose che posso dire, o dalla qualita' delle cose che posso comprare e dalla qualita' delle cose che posso dire??? Se prendi un cittadino iracheno e lo metti in mezzo alla piazza rossa di Mosca ad urlare che Al Quaida e' la tua organizzazione preferita e poi gli fai fare la stessa cosa divanti alla Casa Bianca, quale dei due paesi pensi che ti concedera' piu' diritti?
Quindi, assestato che io potrei essere considerata comunista solo nella parte analitica della Teoria di Marx, nel suo descrivere le cose e spiegare le diamiche e le motivazioni alla base, torniamo alla nostra proprieta' privata. Proprieta' privata come diritto inviolabile dell'uomo.
Perche' la proprieta' sarebbe un diritto inviolabile?
TIZIO: Perche', secondo il nostro Locke per esempio, la proprieta' privata nasce prima ancora del governo, ed anzi questo ne e' funzionale alla preservazione e protezione. La proprieta' privata nasce con l'uomo.
CAIO: io credo che la riformulazione corretta e' che il desiderio di possesso nasce con l'uomo. E questa e' una cosa molto diversa.
TIZIO: Ma senti, persino la Bibbia ne parla quando ci dice che l'uomo possiede tutto cio' che c'e' sulla terra e ne puo' disporre a suo piacimento. E questo, per secoli e secoli, e' quello che l'uomo ha fatto. Disporre delle risolrse naturali, della terra, dell'acqua, degli animali, dell'aria , dell'energia dei protoni: l'uomo ha imparato ad usare e disporre di tutto a suo piacimento.
CAIO: Io nego l'esistenza di qualsiasi diritto di possesso delle risorse naturali. Nego l'esistenza della proprieta' privata come attributo del nostro essere umani, e questo peche' nego ogni diritto dell'essere umano di disporre del mondo a suo piacimento. Noi non disponiamo del mondo, noi lo abitiamo, noi ne siamo parte, ed una parte non possiede altre parti a lei eguali. Noi concepiamo la non proprieta' dell'uomo sull'uomo ma ci ostiniamo a pensare come normale la propieta' sull'acqua, sulla terra, sulle piante e sugli animali.
TIZIO: Non ti seguo, per quale motivo la propieta' dell'uomo sull'uomo dovrebbe essere concepira come la proprieta' dell'uomo sulle cose?
CAIO: Perche'? perche' qualcuno si e' dimenticato di osservare che la proprieta' sul prodotto del tuo lavoro non e' la stessa cosa della proprieta' sulle risolse naturali. Ogni volta che si parla di proprieta' privata e si nega che esista un diritto alla proprieta' privata la gente automaticamente pensa che non potra' piu' avere uno stereo, una macchina, la sua casa etc. La negazione delle proprieta' privata non e' questo: io nego la proprieta' privata come diritto di possere qualcosa che tu non hai prodotto e che puoi usare per controllasre le mie scelte, la mia vita e la mia sopravvivenza. Questo nego: io nego che l'esistenza di una proprieta' sulla terra ad esempio. Tu poi lavorarla, ed i frutti che tu produci con il tuo lavoro sono "tuoi"nel senso che tu ne disponi, ma la terra, quella non sara' mai tua, come mai tua sara' l'acqua, o l'aria. La proprieta' privata non e' un diritto umano naturale nel momento in cui in natura non esiste proprieta' privata, l'uomo nasce nullatenente, e senza alcun diritto di possedere. L'uomo puo' usare, l'uomo puo' modificare, ma l'uomo non possiede se non cio' che ha creato con le sue mani. La condivisione delle risorse naturali ' dall'altro canto una delle poche soluzioni possibili: il diritto alla vita e' un diritto valido per tutti e su di esso si basa l'assunto che tutto cio' che mi serve per vivere non mi puo' essere venduto, e non puo' essere posseduto da qualcun'altro, altrimenti la mia vita nasce da schiavo e da schavo rimarra' per sempre. La vita si basa sulla comunanza, nasce dalla comunanza del corpo e si sviluppa nella condivisione della vita. Lo stesso vale per le risorse naturali, lo stesso vale per la vita in comunita'. L'individualismo e' cio' che ha distrutto questa concezione del mondo, ma questo e' un altro discorso..

mercoledì 4 febbraio 2009

DILEMMA

Esiste un dilemma nell'ambito dell'aiuto umanitario che riguarda tutte le associazioni, NGO e organizzazioni internazionali e che e' l'emblema della problematica legata alla cooperazione, all'aiuto di emergenza ed in generale di tutte le organzzazioni di ogni tipo che hanno una dimensione spaziale separata tra lavoratori nel "field" e impiegati che prendono decisioni nel quartier generale.

Il problema sembra banale ma di fatto non lo e'.

Chi lavora sul campo, come ho fatto io negli ultimi anni della mia vita, ha una prospettiva storico-politico-economica che e' di fatto ancorata alla realta'. Il "field worker" non solo ha, in genere, ma non sempre, studiato sui libri, ma conosce e percepisce ogni singolo aspetto della realta' intorno a lui perhce' quella realta', che lui analizza e' la stessa dove lui deve vivere.
I cooperanti che lavorano in Africa, gli attivisti che lavorano in Medio Oriente, i monitori dei diritti umani in Russia o Cina, sono tutte persone che vivono la stessa realta' dove lavorano. Non c'e' divisione spaziale tra il loro lavoro e la loro vita. E' come se vivessero in ufficio (una volta una hostess mi disse che l'aereo per lei era come il suo uffcio!!!). Il risultato di questo sistema e' che queste persone hanno una conoscenze della realta', delle dinamiche, delle violazioni che vedono, del sistema all'interno del quale vivono che e' assolutamente radicato nella esperienza diretta della realta' che vivono. Quando loro parlano di violazioni dei diritti umani, di guerra, di conflitti, di vittime, di profughi, di dolore, loro non se lo immaginano, loro stanno parlando di occhi veri, di odori, di emozioni provate, di sudore e pianto. Ogni parola e' ancorata ad un evento, un viso, uno sguardo, una emozione. Non sono immagini nella televisione, non sono suoni alla radio, sono suoni ed immagini che vengono da dentro.

Ma non sono queste persone che prendono le decisioni di solito. Chi prende le decisioni, sono i cosidetti burocrati, coloro che siedono a New York, a Vienna, a Ginevra, sono i dirigenti, coloro che decidono, parlano e dettano condizioni. Senza di loro pero' non ci sarebbe organizzazione, non ci sarebbe tutto quell'apparato logistico e materiale che serve a coloro che lavorano sul campo. I burocrati sono sempre accusati di parlare politichese e di non capire come funzionano le cose nella realta', ma la verita' e' che molti di loro a loro volta sul campo ci sono stati. E sanno che cosa vuol dire. Ma il fatto che non vivano piu' la realta che devono in qualche modo analizzare fa si che queste persone abbiano una capacita' di capire e decidere senza farsi condizionare da quello che i volti, le emozioni e gli odori possono solo confondere.

Il dilemma rimane. Quelli che vedono e non hanno voce, questi che hanno voce non vedono.
Ed e' questo che incasina tutto, e' questa disconnessione che fa arrabbiare gli uni con gli altri e che li delegittima rispettivamente. Ma la cosa peggiore e' che anche se sei cosciente di questa differenza, non ci puoi fare niente. Una volta che hai visto non puoi non vedere piu'. Ma quando non vedi piu' non puoi piu' tornare a vedere di nuovo.

Pochi giorni fa parlavo con un funzionario della agenzia per l'aiuto umanitario OCHA delle NU che era appena tornato da Gaza. Una persona con una esperienza sul campo incommensurabile, un uomo che ha vissuto tra i peggiori massacri che l'Africa abbia conosciuto e che ora lavora al quartier generale delle NU, e diventato un "burocrata".
Il suo ritratto del conflitto Israelo-Palestinese mi ha fatto capire che la mia visione globale era fondamentalmente basata su emozioni e non su fatti. E questo non significa che io fossi nel torto, ma consideravo solo una parte della questione.
Il mio vissuto e' cio' che fa di me quello che sono, ma quanto e' responsabile di quello che non sono?
Certe volte quando vogliamo disperatamente qualcosa tendiamo a cercare una soluzione facile ai problemi per poter visualizzare una soluzione possibile, per avere una luce a cui guardare alla fine del tunnel. Ma la verita' e' che la realta' e' complicata e non si riesce a visualizzare una soluzione certe volte. Ma se lasciamo andare la mente e riusciamo a disfarci dei costrutti mentali, delle barriere psicologiche, delle strutture culturali e sociali, allora potremmo immaginare qualcosa di diverso, potremmo immaginare una soluzione tra le inimmaginabili, potremmo imaginare qualcosa da trasformare in nuova realta'.

Basta non smettere mai di imparare, di ascoltare...e di indignarsi

martedì 20 gennaio 2009

CONFUSA

Io sono una pacifista, una pacifista. Nel senso che credo che la nonviolenza non abbia dei limiti, dei confini, degli obiettivi al di fuori della sua portata. E lo sono sempre stata in fondo. Ma la mia situazione non e' statica..non sono una di quelle che non cambia mai idea, anzi, la nonviolenza e' il concetto per me piu' mutevole e sfaccettato che abbia mai concepito.

Nonviolenza una parola sola. Nonviolenza non come negazione, ma come affermazione, come diritto, come positiva azione che tende a spezzare il cerchio della violenza intesa come reazione. Nonviolenza come petra miliare della strada verso la pace.

Pace, pace una parola sola. Sola nel senso che nessuno sta dalla sua parte, pace come tutti la vogliono ma nessuno se la prende, pace come io ballo da sola, pace non come contrario di guerra, ma lingua dove la parola guerra non esiste.

Eppure oggi, sola nella mia stanza, pace e nonviolenza perdono il loro significato. E so dove lo hanno perso. Cosi' torno sui miei passi, torno laddove le ho viste l'ultima volta, torno a cercare quello che ho perso. Torno tra le case distrutte di Gaza, torno tra le urla della madre che piange suo figlio, torno tra le macerie. Torno e cerco. Eppure, ogni sguardo, ogni inquadratura, ogni volto, mi restituisce un riflesso di una me stessa che non riconosco piu'. Dove sono io in quelle immagini di disperazione? dove e' la pace? dov'e' la nonviolenza?

Ma anche se non mi stanco di cercare, il freddo d'improvviso mi strema. E mi ritrovo seduta su di un sasso, di fronte all'immagine del mio essere umana e il freddo glaciale della mie emozioni mi strema. Mi strema al punto tale che non ricordo pu' chi ha cominciato, chi ha ragione, chi sapeva ed ha taciuto, chi non ha fatto niente, chi poteva ma si e' trattenuto, chi ha avuto paura, chi ha fatto solo i suoi interessi.

Ha tanta importanza chi ha ragione? Davvero esiste un bene ed un male? Oppure siamo solo bandierine al vento che seguono una corrente artificiale che alla fine le portera' comunque tutte al mare? Davvero tanti morti valgono un obiettivo piu' grande? E dove finiscono le loro vite? Diciamo che si sono spezzate, ma dove sta' l'altra parte?

E le nostre di vite? Puo' essere che ogni vita che se ne va in realta' porti via anche un po' della nostra di vita? E se ogni persona che muore in realta' ci porta via un po' del nostro essere umani, un po' della nostra civilta', un po della nostra anima, quanta ne rimarra' alla fine?

lunedì 3 novembre 2008

SULL'ANACHIA: DISCORSO TRA TIZIO E CAIO (SECONDO TEMPO)


TIZIO: Insomma questa tua idea che l'uomo possa costruire e vivere in una civilta' fondata solo sulla regola del non fare a gli altri quello che non vuoi che sia fatto a te stesso e' decisamente naive. Sembra che tu pensi che l'uomo sia sempre buono, ma non e' cosi': ci sono persone che le regole non le seguono, gli stessi che non seguono le regole nella democrazia rappresentativa non le seguiranno neanche in anarchia. L'uomo e' egoista in fondo, la violenza e' un carattere intrinseco della natura umana. E non puoi neanche venirmi a dire che l'educazione puo' cambiare tutto perche' anche adesso abbiamo tutto sommato una educazione che ci insegna a non fare del male ma ci sono persone che lo fanno lo stesso. Come me lo spieghi?
CAIO: Beh innanzi tutto partiamo con lo sfatare alcuni miti. La nostra educazione ovunque avvenga non ci insegna che la violenza e' un male, anzi. la nostra educazione ci insegna che la violenza e' necessaria anche se dolorosa, tanto e' vero che la guerra e' un mezzo che noi consideriamo lecito, cosi' come consideriamo lecita la violenza della polizia, la violenza contro i violenti, la violenza per fare rispettare le regole.
TIZIO: si ma solo per giuste cause, non insegnamo ai nostri bambini che possono usare violenza quando vogliono, anzi gli insegnamo che non lo devono fare.
CAIO: "giuste cause"..cos'e' una giusta causa scusa?
TIZIO: una giusta cause e' quando io devo usare la violenza per difendere qualcun altro, degli innocenti, una giusta causa e' quando uso la violenza per prevenire un male maggiore.
CAIO: un male maggiore. Vuoi dire che la dittatura di Saddam Hussein era un male maggiore dei 130.000 ragazzini americani di 20 anni morti nella guerra in Iraq e del circa 1000000 di civili iracheni morti dall'inizio del conflitto?? Saddam non ne aveva uccisi cosi' tanti in tutto il suo periodo da dittatore del'Iraq, neanche se conti la guerra in Kuwait.
TIZIO: si ma avrebbe potuto ucciderne degli altri se non lo fermavano, altri ancora e superare questo numero.
CAIO: Ok quindi il male maggiore e' un male ipotetico. Io uso la violenza oggi per scongiurare un ipotetico male maggiore domani.
TIZIO: Si, un male che potrebbe essere molto peggio.
CAIO: quindi io adesso per valutare se la mia violenza era giusta faccio il paragone con qualcosa che non e' successo, non succedera' mai, ma sarebbe potuto succedere?? scusa ma questa idea di violenza giusta non mi convonce molto. Partiamo ancora dall'inizio va bene? Se la violenza e' necessaria per una cause giusta dobbiamo cercare di definire giusto in modo universale. Cosa e' giusto?
TIZIO: giusto e' qualcosa che non fa male a nessuno, che accontenta tutti.
CAIO: ma allora anche tu sei un utopista! cos'e' che non fa male nessuno? esiste una singola cosa al mondo che non faccia del male a qualcuno? tu dicevi prima che siamo tutti diversi, allora tutti abbiamo desideri diversi, come fai a trovare qualche cosa che va bene a tutti??
TIZIO: mhn..ok allora giusto e' qualcosa che va bene alla maggior parte della gente, giusto e' cio' che la maggioranza vuole.
CAIO: allora era giusto il nazismo? perche' ai tempi in Italia e Germania nazismo e fascismo andavano bene alla maggior parte della popolazione, la maggioranza stava bene con quei regimi, era solo una pccola minoranza all'inizio che non era d'accordo.
TIZIO: Insomma non capisco dove vuoi arrivare..allora secondo te non esiste niente di giusto nel mondo? non esiste la giustizia??
CAIO: Beh, mettiamola cosi', giusto e' cio' che noi vogliamo sia giusto. Giusto e' relativo, per me e' giusta una cosa, per te e' giusta un'atra cosa. Per me e' giusto ucciderti se tu hai ucciso, per qualcun altro e' giusto chiuderti in una cella per tutta la vita se tu hai ucciso, per qualcun altro ancora dipende da perche' hai ucciso. Ogni singola persona ha il suo giusto ed il suo sbagliato, quindi non esiste la giusta ragione, come dicevi tu prima.
L'unico metro di giudizio, l'unico valore universale e' la reciprocita'. Giusto e' quello che e' giusto per me, ed io devo considerarlo giusto anche per gli altri. Se non faccio a te quello che non voglio tu faccia a me, allora il giusto rimane un concetto relativo, ma la sua relativita' lo rende universale. Questa e' la giustizia dell'anarchia.
TIZIO: si ma latua giustizia relativa non mi sembra che posso avere alcun effetto sul discoroso della violenza necessaria. Anzi, proprio perche' tutti hanno una idea diversa di giustizia c'e' anche chi non ce l'ha proprio. Come mi spieghi la violenza senza ragione, la violenza del piu' forte sul piu' debole?? La tua anarchia come spiega il nazismo, le pulizie etniche,i campi di concentramento???
CAIO: mhm..credo che tu stia facendo la domanda sbagliata. Io non ti sto offrendo una spiegazione per i mali del mondo, e tanto meno una soluzione certa per questi mali. Io non penso che con l'anarchia questi mali spariscano, anzi. Sono assolutamente convinto che la violenza sia una parte intrinseca dell'uomo, cosi' come lo e' il conflitto. Solo che il fatto che siano naturali non significa che debbano essere necessari o ineludibili.
TIZIO: Insomma la tua anarchia cosa offre in alternativa?
CAIO: Niente. L'anarchia e' l'alternativa. Una alternativa accessibile a tutti, una alternativa che tutti hanno sempre, che rende la violenza inutile. La soluzione per la violenza e' l'alternativa alla violenza. Se io ho sempre una alternativa la violenza diventa solo una possibilile soluzione, non l'unica.
TIZIO: Tu stai facendo un discorso generale, parliamo di fatti, di cose concrete, perche' altrimenti non ci capiamo. Per esempio: come fermare la guerra in Iraq, o il genocidio del Rwanda, o il conflitto Israelo-Palestinese senza l'uso legittomo della violenza?
CAIO: ti rispondo con una domanda anche io allora. Cosa hai fatto fino ad ora per risolverlo?
TIZIO: beh si e' fatto di tutto, si e' tentato con la mediazione, con il dialogo, con gli accordi di pace, con le minacce, con gli embarghi ma non e' servito a niente, allora si cerca di farlo con la violenza, legittima e necessaria.
CAIO: no, non hai capito la domanda..cosa HAI FATTO TU per risolverli?
TIZIO: Beh, che vuoi dire. Io niente, ma che potevo fare??, mica posso fermarli io dall'ammazzarsi! Io sono solo io, non posso mica fermare gli eserciti da solo.
CAIO: Appunto. Allora ti dico che tu non sei solo. Durante la guerra in Iraq piu' di due milioni di persone nella sola Italia e Spagna erano contrarie alla guerra. Gli USA hanno mandato a fare la guerra circa 160000 soldati. Cosa sarebbe successo se tutte le persone sulla faccia della terra che erano contrarie alla guerra fossero andate a Bagdad il giorno della scadenza dell'ultimatum??
Cosa succederebbe se invece di aspettare che qualcun altro risolva il problema tutti quelli che vogliono fermare qualcosa non ci vanno di persona?? cosa sarebbe successo se 20 milioni di persone, che non sono niente nel globo, si fossero riversate nel Rwanda di 10 milioni di abitanti durante il genocidio??
L'alternativa alla violenza, e' molto semplice, e' la stessa alternativa alla democrazia rappresentativa. E' l'autodecisione.

sabato 11 ottobre 2008

I'm back!

Eccomi nuovamente on line!!!
Una nuova avventura e' cominciata, New York e la Columbia University!!!
Si lo so, avevo promesso di tenere aggiornato il blog, ma la frenesia dell'Universita' e le cose da sistemare una volta qui nella grande mela mi hanno tenuta impegnata per un po' di tempo!!

Cominciamo da principio. L'arrivo e' stato un po' traumatico..non e' facile sistemarsi in una citta' come NY, e devo dire che io la facevo un po' troppo facile quando pensavo che sarebbe stato come in Palestina. I Palestinesi, ho scoperto, sono molto piu' simili agli Italiani degli Americani!! Lo sbalzo culturale e' stato pesante da assorbire, ed abituarsi a vivere a NY non e' facile: sempre mille cose da vedere e da fare, talmente tante che ad un certo punto non si capisce piu' niente!!!

La cosa piu' bella e' la diversita' culturale e la varieta' di persone ed etnie che si trovano qui: non esiste popolo o razza che non si trovi a NY, non esiste cibo o religione che non si trovi qui, non esistono cose piu' strane o assurde che quelle che trovi in questa citta'!! 

La cosa piu' brutta e' l'ignoranze e l'indifferenza: gli americani sono davvero molto ignoranti rigurardo al mondo intorno a loro, non conoscono quasi niente ma sono convinti di sapere tutto, ed hanno davvero la presunzione di vivere nel posto piu' bello e democratico del mondo. Niente di piu' sbagliato!!! La societa' qui si basa davvero sul consumismo e sul capitalismo piu' frenato, i soldi sono la cosa che conta di piu' e comprare comprare comprare e' la parola d'ordine!!!!

Nel contempo pero' la societa' e' fortemente divisa tra poveri e ricchi, barboni e disperati sono ovunque e vivono a fianco della gente "comune" nella piu' totale indifferenza e noncuranza. E' difficile abituarsi a questo, anche se non si puo' dire che in Italia le cose siano tanto diverse, forse sono solo meno evidenti da noi. 

La Columbia e' nel suo piccolo, un piccolo ritratto di tutto questo: mille persone provenienti da mille posti diversi, con mille culture diverse ed una varieta' di lingue e religioni di cui non avevo neanche mai sentito parlare!! Il brutto pero' e' quanto la maggior parte di queste persone si prende molto sul serio: l'idea e' che "noi" saremo la classe dirigente del futuro, e benche' uno possa anche pensarlo, agire di conseguenza e' alquanto fastidioso. embra che tutti debbano essere i nuovi Bush del futuro, la comoetizione e' la base delle relazioni sociali: non ha importanze se sono bravo, devo essere piu' bravo di te!.

Per fortuna non tutti sono cosi', e sto conoscendo e facendo amicizia con persone interessanti e stimolanti, che tra le altre cose condividono questa idea che mi sono fatta degli studenti columbiani!! 

Le lezioni sono davvero interessanti e le modalita' di insegnamento molto molto interattive, cosa che da noi non esiste..la preparazione che ti danno e' tutta improntata all'ingresso nel mondo del lavoro, ed alla capacita' di costruirti un curriculum che ti indirizzi verso quello che effettivamente farai una volta fuori dall'Universita'.

Per ora posso dire che mi trovo bene, sto imparando molto e sto conoscendo meglio questo strano mondo yankee. 

Prossime news sulla mia avventura americana arriveranno presto, promesso!!!

martedì 13 maggio 2008

INTOLLERBUS

Tutti i giorni prendo l’autobus.

Non è lunga la strada da casa mia all’ufficio della radio, ma quei dieci minuti sono sempre un’eternità.

Un’ eternità di scene di ordinaria intolleranza in una Brescia ormai prossima alla deriva morale, di quella moralità che i bresciano non sanno più descrivere, di quella moralità che era quando un essere umano era tale per il solo fatto di esistere.

Ho deciso che renderò anche voi partecipi di quello che vedo e sento tutti i giorni, sull’autobus 9 cha va da Buffalora al villaggio Violino.

Benvenuti sull’Intollerbus, destinazione: follia pura!

1° storia: “Tossico vs Immigrato/suora: 1 a 0”

Sono entrata sul bus da cinque minuti.

Sono in piedi.

Ci sono posti per sedersi, ma oggi ho passato la giornata seduta la computer, ho voglia di stare un po’ alzata e far riposare le chiappe!.

Così mi appoggio al mio palo e comincio a scrutare le facce intorno a me:

una ragazza di colore, molto bella, grassoccia, di quell’abbondante che sa di Pacha Mama, che ricorda la madre terra in tutto il suo simbolico significato di prosperità.

Parla al telefono.

Sta seduta in uno dei due posti attaccati alla mia sinistra.

Alla mia destra, dove c’è lo spazio per le carrozzine, che tra parentesi, non ci ho mai visto una carrozzina in vita mia, c’è una suora. Mi da le spalle e sembra proprio piccola, nel suo vestito lungo nero, che mi ricorda tanto i vestiti delle donne musulmane di Betlemme, a vederla da dietro.

Passiamo di fronte al centro di assistenza per tossicodipendenti, davanti ad una orrenda concessionaria di macchine. Come sempre facce ditrutte salgono, i segni della droga nel volto scavato, corpi devastati da se stessi, occhi limpidi eppure distanti, bocche senza sorriso e rughe di fatica sul volto.

Due di loro si avvicinano.

Lei si siede sul sedile di fianco alla ragazza di colore, ma non sta diritta, le da le spalle, sta mezza seduta e mezza a ciondoloni. Intanto parla con lui, un omone, alto due metri almeno, tanto alto che sembra debba uscire con la testa dal bus.

Lei parla ad alta voce, molto alta.

Troppo.

Tutto l’autobus è ben presto catalizzato sulla sua voce, i cui decibel impediscono qualsiasi altra conversazione.

E’ allora che comincia lo show.

La prima ad avere la sua è la suora.

“Voglio vedere dove mi mandano a dormire”

Lo spilungone la guarda, fa la faccia da chi ne sa:

“Dalle suore probabilmente”

e lei, sempre a ciondoloni sul seggiolino,

“ No se mi hanno mandato dalle suore io li mando a farsi fottere. Che cazzo vogliono io da quelle troie non di vado. Sono tutte delle puttane, si fottono se credono che io vado a stare dalle suore, piuttosto per strada di nuovo”.

La suorina buttal’occhio, ma non si gira..l’autobus sembra come stare in un silenzio imbarazzato…sento i pensieri della gente farsi stretti sulla suorina. Lei abbassa le spalle. Non vedo i suoi occhi, è di spalle, ma sento il suo dispiacere. Rimane così..ferma con le spalle strette, chiusa nel suo vestitino nero, con la testa coperta..mi ricorda Yusra, mi ricorda il dolore dell’umiliazione.

La seconda ad avere la sua è la ragazza di colore.

Ha smesso di parlare al telefono. Sale una ragazza di colore magra, con un sacco di treccine ed una maglietta rosso fuoco. Si salutano:

“Ciao mama”,

due sorrisi, come stai, come va e poi la magrina si va a sedere in fondo.

La tossica ha perso interesse nella suorina.

“hey ma da voi ci sono tutte queste merde? Perché non mi è sembrato di vederne tanti a Torino”

Lo spilungone ancora fa la faccia di uno che ne sa:

“ Beh, no, magari tu non li hai visti, ma ci sono, valà che ci sono anche li”.

Lei allora butta un occhio dietro di se, la ragazza nera sta guardando fuori dal finestrino, ma vede il suo riflesso nello specchio.

“Certo che negri questi qui sono proprio dappertutto adesso, queste merde qui che cazzo vorrano poi!”.

Lo spilungone non aggiunge commenti, allora lei rincara la dose:

“Questi negri di merda puzzano e dovrebbero andarsene, che cazzo vogliono qui, non c’è posto neanche per noi, che tornino al loro posto. Che poi, saranno mica esseri umani quelli, sono scimmie altro che umani”.

La ragazza si fa seria.

La sua faccia cambia espressione e questa volta la vedo. Vedo i suoi occhi che guardano in basso, vedo la ruga che le compare sulla fronte, vedo l’espressione di una quotidiana rassegnazione. Poi si agita. Il suo corpo si ribella. Si accomoda sulla sedia, ma si vede che è solo un modo per spezzare quel momento..per spostare la sua ttenzione su qualche altra cosa, per non rimanere li, sotto lo sguardo silenzioso di chi assiste alla scena, come me.

E allora la tossica rincara la dose, non aspettava altro.

“Beh hai bisogno di uscire?, devi spostarti?, no perché vedo che ti muovi. Guarda che se hai bisogno di uscire basta che lo dici..o forse non ci stai sulla sedia?”.

Allora la ragazza di colore la guarda.

“No, Non devo uscire. Se devo uscire te lo dico”

poi sposta lo sguardo in avanti.

Fiera.

Sola.

Orgogliosa.

Sposta lo sguardo in avanti e non è più su questo autobus. E’ altrove. In un posto dove vorrei andare anche io. Altrove. Ovunque sia non qui!.

La tossica continua a dire qualche cosa, ma lei non le risponde. Rimane a guardare avanti, Rimane nel luogo dove è andata.

Io invece rimango annichilita su me stessa, la mente così ossessionata dalle mazzate che darei alla tossica che a malapena mi accorgo che non è detto niente..non ho fatto niente. Sono rimasta li a guardare. Sono rimasta nel mio piccolo angolo di mondo senza parole.

Sono le nove e mezza del mattino e io ho già voglia di vomitare. Sono le nove e mezza del mattino e la guerra tra poveri è appena agli inizi. Un giornata di battaglie e combattimenti si delinea all’orizzonte, mentre io ancora non so da che parte sto, tra disperati chi si scieglie? Quando anche i poveri ed i discriminati si rivoltano l’uno contro l’altro, con chi si unisce per combattere gli oppressori?

lunedì 7 aprile 2008

NON C'E' LIMITE AL PEGGIO

Va bene tutto.

Va bene che siamo un popolo senza memoria e senza cultura: facciamo apologia del fascismo e sforniamo chicche come Novella 2000 ed il Foglio e cerchiamo anche di convincerci che fanno due tipi di informazione diversa,

Va bene che gli unici che abbiano mai fatto dell'informazione decente li abbiamo cacciati dalla TV o li abbiamo fatti pentire di averla mai fatta, vedi i fratelli Guzzanti, Luttazzi, e a suo tempo Santoro e Biagi.

Va bene anche che abbiamo deciso che è normale andare a votare ogni due anni, tanto i quattro della costituzione solo solo un limite massimo, mica è obbligatorio farli tutti.

Va bene che siamo governati da una lobby di stronzi che sono sempre gli stessi da sempre e che abbiamo messo li noi, e continuiamo a votarli per rimetterli al potere, anche dopo che ogn'uno di loro ha singolarmente e chiaramente dimostrato di essere un ladro incapace.

Va anche bene che stiamo sprofondando nell'abisso della crisi economica, che siamo sempre più poveri e più vecchi.

Ma questo è troppo. Questo è davvero troppo anche per me!

Questi due video sono un monumento alla stupidità, alla idiozia arterioschlerotica che ci attanaglia. Sono un monumento all'abizzale ignoranza e demenzialità che stanno caratterizzando la campagna elettorale in Italia da qualche anno.

Questo è il simbolo di un popolo allo stremo delle forze, perso nell'immensità della sua pochezza, impantanato nello sterco del suo autocompiacimento, indulgente nella strada verso la rovina.

Se qualcuno di voi riesce a vederli entrambi e non sentire mai, neanche per un secondo, un conato di vomito salirgli dalla bocca dello stomaco..beh mi faccia sapere come fa..io intanto vado in bagno a gettare!

Buona Visione!





venerdì 28 marzo 2008

SULL'ANARCHIA: DISCORSO TRA TIZIO E CAIO


TIZIO: come ti definisci politicamente?

CAIO: Ora, se proprio mi si deve dare una definizione, cosa per cui non spasimo, gradirei si partisse dall’inizio. E dall’inizio io sono anarchico. Punto. Se definizione deve essere, allora che sia anarchico.

TIZIO: Allora sei uno che insegue una utopia!!?

CAIO: Una utopia? Ma cos’è una utopia?

TIZIO: una utopia è qualcosa che è impossibile da realizzare.

CAIO: Impossibile da realizzare.
Ora, cerchiamo di nuovo di cominciare dall’inizio. Tutto ciò che non è mai stato fatto era, per chi lo ha pensato la prima volta, una utopia. Non era forse una utopia per Nelson Mandela parlare di fine dell’Apartheid in Sud Africa? Non era forse una utopia parlare di diritti dei neri durante l’epoca dello schiavismo? Non era utopia parlare di libertà, eguaglianza e fraternità in un mondo dove esistevano solo le monarchie? E non era una utopia quella di far si che l’uomo potesse volare?

Tutto ciò che è stato inventato, cambiato, creato nel mondo, in principio era una utopia. Per il semplice fatto che una utopia non è altro che un sogno. E allora, se proprio devo avere una inclinazione politica, io voglio puntare in alto, voglio puntare là dove nessuno è mai arrivato, voglio puntare al sogno.

E il mio sogno è l’anarchia.

TIZIO: Ma allora vuoi il caos?

CAIO: mhm..no. Ma partiamo dall’inizio. Cos’è il caos?

TIZIO: il caos è totale assenza di controllo, se tutti fanno quello che vogliono, allora è il caos, ti possono uccidere, vige la regola del più forte, come nella giungla. L’anarchia è la giungla. Il governo garantisce la vita civile e le libertà individuali.

CAIO: Allora vuoi dire che adesso, che non c’è anarchia, che c’è l’ordine, come lo chiami tu, non c’è caos? Che ora non vive la regola del più forte??? Che con tutti i nostri controlli noi siamo ora in grado di garantire la vita? E a chi?..vogliamo chiedere ai bambini dell’Afghanistan?, a quelli dell’Iraq?, ma anche solo a quelli che hanno avuto la sfortuna di nascere nel continente africano??

Che ordine garantiscono le tue regole?

TIZIO: si ma se è già così adesso, immagina come sarebbe con la tua anarchia!!

CAIO: beh, allora innanzi tutto anarchia non vuol dire assenza di regole in assoluto. Anarchia vuol dire assenza di regole coercitive esterne…questo vuol dire che la presenza di regole interiori, regole interne agli individui stessi, è perfettamente compatibile con l’anarchia. Io voglio un' anarchia, dove le regole non sono imposte coercitivamente da un’autorità esterna, ma le uniche regole valide sono quelle dell’individuo stesso.

TIZIO: ma noi siamo tutti diversi, allora ogni uno avrà le sue regole.

CAIO: vero. Ma vuoi dire che non esistono regole che valgono sempre? Ribaltiamo la domanda.. tu non uccidi perché è vietato dalla legge, o perché pensi che sia ingiusto? Tu non rubi perché hai paura della pena a cui ti potrebbero condannare, o perché sai che se ti facessero la stessa cosa non ti piacerebbe?..non è forse una regola che vale per tutti quella del “non fare agli altri quello che non vuoi gli altri facciano a te”?

TIZIO: si ma questo è relativo, e se qualcuno non rispetta la regola?

CAIO: hai ragione, ma ti ribalto la domanda di nuovo, adesso cosa fai se qualcuno non rispetta le regole, o meglio, il sistema di controllo dello stato, o del governo, garantisce il rispetto delle regole da parte di tutti?

TIZIO: beh, in parte si.

CAIO: davvero?, allora vuol dire che non ci sono assassini, non ci sono ladri, non ci sono persone che violano le regole ora?

TIZIO: certo che ci sono, ma abbiamo la polizia, i tribunali, le carceri per costringere queste persone a seguirle.

CAIO: no, abbiamo questi istituti proprio perché non siamo riusciti a far si che queste persone seguissero delle regole. Agli effetti è il contrario, noi abbiamo un apparato di controllo proprio perché non siamo in grado di controllare, proprio perché ci serve qualcosa che isoli e allontani chi viola le regole, non perché siamo in grado di impedirglielo prima. Tanto è vero che non è raro che chi abbia violato le regole una volta poi le violi ancora. E aggiungo, quante di queste persone hanno davvero avuto la libertà di sciegliere? Tu prima dicevi che lo stato ed il governo garantiscono le liberta individuali, ma non sono d’accordo: che libertà ho io di eleggere chi mi rappresenti se poi i miei rappresentanti di fatto fanno quello che gli pare? Che libertà individuali ha una ragazzo nato a Napoli, al quartiere Brancaccio, di sciegliere? Che libertà ha uno straniero che arriva in italia per scappare alla guerra di rifarsi una vita in modo onesto se non gli si concede neanche il diritto di residenza, di lavoro, di voto? Che diritto hai tu di sciegliere davvero le leggi che regolano la tua vita?

I diritti garantiti dallo stato sono sempre e comunque i diritti del più forte, delle categorie più forti di altre, a partire dalla gente comune per diventare ancora più evidente nelle scale alte. Che libertà hai tu di decidere davvero sulla tua pensione, sull’educazione dei tuoi figli, sulla ripartizione del surplus che tu contribuisci a creare con il tuo lavoro per il tuo datore di lavoro?

Davvero tu ti senti di avere più libertà grazie allo stato?

TIZIO: mhm..beh, comunque niente garantisce che con l’anarchia questa situazione migliori, o non sia peggiore!

CAIO: beh, su questo hai ragione, ma se niente te lo garantisce è anche vero che niente ti garantisce il contrario. Ovvero, sei d’accordo con me che lo stato in cui viviamo adesso, e non intendo solo il nostro, intendo il sistema statale o di governo che bene o male vige nel mondo, il sistema democratico rappresentativo, quello che noi definiamo come il migliore, in base al quale abbiamo disegnato la mappa dei diritti umani che ci devono essere garantiti, non funziona poi così bene?

TIZIO: beh, ci sono delle falle, ma niente è perfetto, è sicuramente il sistema che garantisce le maggiori libertà tra tutti quelli che ci sono stati nella storia dell’umanità.

CAIO: perfetto, allora diciamo che è quello migliore tra quelli che ci sono stati. Ma perché dovrebbe essere il migliore anche di quelli che non ci sono stati? Voglio dire, tutti i sistemi politici si sono evoluti, dal feudalesimo, alle monarchie, alle monarchie parlamentari, alle repubbliche. L'uomo ha sempre trovato il modo di migliorare ciò che aveva già fatto, perché allora avere la presunzione di aver trovato il sistema migliore? Perché non potrebbe esserci qualcosa di meglio di questo?? O ancora, perché non provare??

TIZIO: mhm..ma come fai a provare l’anarchia??

CAIO: beh, cominciando da te. Cominciando dal tuo piccolo, dalla tua mente. Ecco comincia dalla tua mente, comincia dalle regole che tu ti sei imposto perché una autorità esterna ti ha insegnato che quelle sono le regole da seguire..sposarsi, avere dei figli, un lavoro, una macchina, una lavatrice, un telefonino, jeans alla moda, andare a votare anche se pensi che non serva a niente, guardare la tv, avere una bella casa, un giardino,...

TIZIO: Cosa vuoi dire?

CAIO: Voglio dire che il mondo di certezze che l’esistenza di un governo ti da è solo apparente, è solo funzionale a che tu continui a perpetrare un sistema di oppressione coercitiva che ti mantenga sempre in uno stato di inferiorità, facendoti credere che quello è il migliore a cui puoi aspirare. Facendoti essere talmente preoccupato di avere, di esprimere la tua libertà di comprare, come se fosse l’unica che ti serve, e facendoti dimenticare le altre, quelle che non vogliono che tu abbia. E tutto questo si attua grazie ad una coercizione mascherata da CULTURA, una coercizione talmente bene orchestrata che tu stesso non te ne accorgi. Le libertà che tu ti senti garantite sono le tue catene, perché non esistono, sono libertà apparenti che consentono a chi controlla davvero di tenerti buono ed occupato. Di continuare a decidere per te, di influenzarti e controllare il tuo potenziale, cosicchè tu non possa vedere ciò che avviene alle tue spalle.

L’anarchia è abbattere questo sistema, è partire dall’anarchia nella tua mente, assenza di regole imposte dall’esterno, qualsiasi esse siano, tornare a noi, tornare a pensare che decidere per se stessi è una utopia nella misura in cui una utopia è un sogno che aspetta di essere realizzato.

TIZIO: mhm..ci penserò..ma credo che la tua utopia sia solo una cosa impossibile..

CAIO: qualcuno disse che non esiste niente di impossibile....

martedì 5 febbraio 2008

IN RISPOSTA AD ALDO GRASSO - PERCHè IL SILENZIO DICE PIù DELLE PAROLE!

se proprio si deve parlare di Israele e Palestina, sarà meglio cominciare partendo dalle “imprecisioni” che i giornalisti italiani si permettono nei loro articoli sull’argomento, denotando tra le altre cose una scarsa conoscenza della lingua italiana, ed una strana tendenza a confondere le ideologie o le religioni con il concetto di popolazioni e popoli.

Il giornalista Aldo Grasso ha pubblicato oggi un articolo sul sito del Corriere della Sera che merita una attenta lettura. Il nostro Grasso si è sentito in dovere di scrivere una lettera di invito alla Dandini ed a Fazio, e potremmo dire a Raitre in generale, secondo la ormai ben nota terminologia destro-berlusconiana che tende alle identificazione di Raitre con il canale sovversivo-comunista-rivoluzionario-antiberlusconiano per eccellenza, a dimostrazione di come i concetti di destra e sinistra siano ormai più che relativi nella nostra società.

L’invito è quello di alzarsi a difesa degli scrittori “ebrei” che la fiera del libro di Torino ha invitato, e che sono stati oggetto di aspre critiche da parte di “gruppi della sinistra antagonista”, con conseguente appello al boicottaggio.

“Neanche una parola per condannare il boicottaggio contro gli scrittori ebrei”..Al Grasso è sfuggito un piccolo particolare. Questi scrittori non sono stati criticati perché sono ebrei, ma perché sono Israeliani, è una cosa un po’ diversa!. Il boicottaggio non era contro scrittori ebrei, ma contro scrittori israeliani: infatti non tutti gli ebrei sono israeliani e nessuno dei “gruppi della sinistra antagonista” ha deciso di chiedere ai partecipanti della fiera la loro religione per proporre poi un boicottaggio contro gli ebrei. Il boicottaggio era contro questi scrittori in quanto rappresentanti dello Stato di Israele in questo contesto, non per la loro apparteneza religiosa!!.

Ma andiamo avanti “su questo clima di intolleranza suscitato da alcune minoranze bellicose che amano però riempirsi la bocca della parola «pace»”. Questo “clima di intolleranza” in un linguaggio da giornalista non sensazionalista, si chiama boicottaggio. Ora, per evitare qualsiasi mia intromissione su questo, mi permetto di lasciare che sia Ilan Pappe, docente israeliano della Università di Haifa, ed ebreo, a rispondere e chiarire cosa significa e cosa è questo boicottaggio che il nostro Grasso definisce “clima di intolleranza” : “I colleghi britannici mi domandarono tre anni fa se ritenevo legittimo l’isolamento degli atenei israeliani (il boicottaggio accademico di Haifa, Bar Ilan e di altre università israeliane). Risposi di sì perché, come ho spiegato prima, ritengo il boicottaggio uno strumento di pressione su importanti settori della società israeliana che rifiutano di prendere in considerazione la violazione dei diritti dei palestinesi.”

Ma passiamo alla vera chicca dell’articolo “questi sciagurati boicottaggi non solo confondono in maniera subdola la responsabilità del singolo scrittore con le posizioni politiche di uno Stato ma, sotto sotto, mettono in discussione il diritto stesso all'esistenza di Israele”. Eccolo li!!!!!, non poteva mancare la ormai nota preconfezionata risposta, sempre pronta per qualsiasi avventore della questione israelo-palestinese: se dici anche solo una parola contro Israele stai mettendo in dubbio l’esistenza dello stato e sotto sotto, sei un antisemita!. Eccolo li, il nostro Grasso non rinuncia ad una così facile preda, un giochetto retorico che nessuno meglio degli italiani sa fare, un bel capovolgimento della frittata per spostare, come sempre, l’attenzione dal reale problema che si sta discutendo.

Questi “riottosi gruppi della sinistra antagonista” che sono gente come Ilan Pappe, o lo scrittore Warshawsky, anche lui Israeliano ed Ebreo, e sostenitore del boicottaggio accademico contro Israele, non credo stiano negando l’esistenza dello Stato d’Israele. Al contrario invece, la chiamata al boicottaggio avviene proprio perché Israele viene riconosciuto come stato e quindi, in quanto tale, si chiede che si conformi alle regole di diritto internazionale riconosciute, la cui adempienza è chiesta per tutti gli stati, come l’Iran, la Corea, la Russia. Quello che si critica sono le modalità di esistenza dello Stato di Israele, e cioè l’occupazione dei territori palestinesi e l’impedimento ai profughi di esercitare il loro diritto al ritorno, che, guarda che caso, sono diritti sanciti dalle NU, probabilmente secondo il nostro giornalista anche queste parte dei “riottosi gruppi della sinistra antagonista”.

Nessuno oramai può negare che Israele esista, quello che si vuole evitare è che Israele continui a violare il diritto internazionale, i diritti umani, i principi democratici di uguaglianza, e , visto che a livello governativo questo risulta impossibile, come lo era per il Sudafrica, perché ci sono interessi economici e politici coinvolti, un buon mezzo, democratico e non violento, è proprio quello del boicottaggio, che, come le sanzioni, mira non a distruggere o cancellare quel settore a cui si riferisce, ma a boicottarlo appunto, in quanto espressione di uno stato che applica una ideologia razzista di apartheid, quale è lo Stato di Israele.

“Le leggi e le prassi di Israele certamente somigliano ad aspetti dell’apartheid” questo dice l’ultimo dossie per l’Onu del “rapporteur” per i diritti umani e docente di diritto internazionale sudafricano John Dugard. Nel documento (24 pagine divise in 12 capitoli e 63 punti, datate 29 gennaio 2007) il funzionario delle Nazioni Unite scrive: «È difficile evitare la conclusione che molte delle leggi e delle prassi d’Israele violano, soprattutto nella limitazione dei movimenti dei palestinesi, la convenzione internazionale del 1973 per la soppressione e la punizione del crimine dell’apartheid». Dugard sottolinea inoltre che «il riscorso indiscriminato alla forza militare contro i civili e obbiettivi civili ha dato luogo a veri e propri crimini di guerra».

E lo stesso Pappe continua “In Israele non c’è una democrazia compiuta. Ci sono argomenti che rimangono un tabù, verità ufficiali che nessuno deve mettere in discussione altrimenti scattano le punizioni e talvolta si arriva alla diffamazione” “Ogni giorno ci troviamo di fronte al tentativo di delegittimare e diffamare chi mette in dubbio la verità storica ufficiale sulla genesi dello Stato ebraico - che, fatto non secondario, deve continuare ad essere accettata soprattutto all’estero per mantenere costante il sostegno internazionale a Israele. In genere le cose vanno così: se un docente di una università straniera critica troppo Israele, allora viene accusato di antisemitismo. In Israele…l’accusa è quella di tradimento. Si usa nei confronti degli studiosi israeliani non allineati la stessa strategia di diffamazione adottata verso i palestinesi di Israele che osano denunciare le discriminazioni che subiscono nonché la politica del governo. Il pluralismo di idee, sebbene sia ufficialmente garantito, di fatto è soggetto a limitazioni importanti che, a mio avviso, pongono dubbi sull’effettivo carattere democratico di Israele” (Ilan Pappe, Intervista ad Ilan Pappe, di Michele Giorgio).

Caro Grasso, ora un invito glielo faccio io: smettiamola di fare della facile demagogia e piantiamola con le semplificazioni da bambini piccoli, he? Partiamo dal presupposto che i lettori non sono cretini, ma al tempo stesso non cerchiamo di approfittare della loro possibile ignoranza su argomenti così complessi, perché queste strumentalizzazioni della questione israelo-palestinese, usata da lei per poter dare la sua frecciatina a Raitre e nel contempo ergersi a baluardo della campagna contro l’antisemitismo, contro i “riottosi gruppi di sinistra”, non fanno che aumentare la confusione e la stereotipizzazione di una questione molto difficile, complessa e dai risvolti non così ovvi.

Grazie

mercoledì 23 gennaio 2008

IN GAZA TA


chiedo scusa a tutti per la crudezza dElle immagini presenti in questo post.
Non sono una amante di questo genere di cose, ma credo che, ogni tanto, serva il disgusto e la crudezza
...per ricordarci che non ci siamo solo noi...
...per ricordarci che siamo esseri umani...
...per ricordarci che qualcosa succede lontano, anche se noi non lo vediamo...

QUESTE IMMAGINI VENGONO DA GAZA, E SONO IL RESOCONTO DELLA GIORNATA DI OGGI..SOLO DI OGGI.....


Sono affranta e sconvolta.. terribili notizie arrivano da Gaza, e la situazione sembra peggiorare. .
come si reagisce alla mostruosità dell'uomo? cosa si fa di fronte all'orrore?
tante domande mi affollavano la mente..ed ora è solo silenzio..
l'orrore non fa rumore, l'orrore è silenzio che urla nella testa, nel corpo, nell'anima.
vi prego di diffondere queste foto, per favore, noi che possiamo..
.. urliamo un urlo che copra il silenzio di questo ennesimo fallimento del genere umano...
urliamo la nostra indignazione, urliamo tutto l'orrore che queste immagini suscitano nel nostro cuore..

ma come si fa?? come si fa..
mi sento svuotata..oggi il TG1 ha dedicato esattamente QUINDICI SECONDI, giuro che li ho contati, quindici secondi alla Striscia di Gaza, per riferire il parere di Condoleza Rice sulla questione..
poi, sette minuti di servizio sulla fame nel mondoe la condizione dei bambini africani..lodevole, bisogna dirlo..ma Gaza??????
non una fottuta immagine, non una parola sui 37 morti delle ultime 62 ore..37, 37..
donne, bambini, passanti..un miliziano..uno..
ma l'orrore non si basa sui numeri no??

e lo sapete cosa c'è sulla pagina di apertura della BBC nella sezione Medio Oriente???un articolo sulla città di Sderot, in Israele, dove cadono la maggior parte dei razzi Kassam lanciati dai miliziani palestinesi..Diciamola tutta però, io non penso mica che facciano bene questi scoppiati dementi a lanciare i Kassam contro Israele, ma mettiamo dei cazzo di puntini sulle I.
I razzi Kassam, non sono come i missili israeliani, per semplici motivi, tra cui, che non hanno un sistema di puntamento, che la maggior parte cade nel deserto o nel mare e, non da ultimo..che cazzo non esplodono, sono come dei tubi della grondaia lunghi un metro e mezzo lanciati a migliaia di kilometri..qual'è la differenza??????? la fottuta differenza è che i Kassam ti uccidono solo se hai la sfiga di essere esattamente nel punto in cui il razzo arriva..se sei due metri più in la non ti succede niente perchè non sono dotati di esplosivo.
I cazzo di Kassam hanno ucciso dall'inizio dell'anno esattamente..NESSUNO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! NESSUNO, NESSUNO..e il prezzo che due milioni di persone devono pagare per pezzi di ferro che cadono nel deserto è questo???

io non so più che pensare..Olmert dice che non vuole che a Gaza abbiano la vita comoda..
ma dilla tutta Ehud, tu non vuoi che abbiano una qualsivoglia vita!!!!
..
e noi, intanto, guardiamo la TV, ci dispiaciamo, ci lamentiamo del governo che cade (ma lo sapete che Hamas è durato più di questo governo?)...
e nessun mezzo di informazione occidentale riporta una sola sillaba di quello che accade, se non vaghi richiami alla crisi umanitaria..
si CHIAMA CAZZO DI PULIZIA ETNICA, SI CHIAMA GENOCIDIO, SI CHIAMA STRAGE, NON è UNA CRISI, E' UN INTENZIONALE ATTACCO ALLA POPOLAZIONE CIVILE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

mi scuso per il linguaggio..
sono incazzata

per vedere altre immagini, se proprio volete, e leggere un blog da Gaza, andate su http://www.rafahtoday.org. Le immagini che vedeti qui sono prese dal Blog.

sabato 27 ottobre 2007

DEMOCRAZIA DIRETTA

Oggi, ovunque nel mondo, la maggior parte della gente ha perso la fiducia nei politici.

Corruzione, cospirazioni e scandali politici sono diventati la norma in ogni paese ed in ogni partito, per cui moltissimi politici ha perso la fiducia anche dei propri sostenitori. Molti credono che la Politica generi automaticamente la corruzione, di qui il detto: “dove c’è potere c’è corruzione”. Nessuna meraviglia quindi se la maggioranza delle persone non ha fiducia non solo nei politici, ma anche nella Politica in quanto tale. Molti si rifiutano di votare, non credono più che il voto possa portare dei cambiamenti significativi.

Non votare per i propri rappresentanti è un voto di “sfiducia” per quel tipo di governo.

Spesso le persone disgustate dalla doppiezza di quasi tutti i politici cercano quelli che possono meritare la loro fiducia, ma se per caso riescono a trovarne alcuni, di solito verranno poi traditi anche da questi. Nessuna meraviglia se taluni pensano che il parlamento va rimpiazzato da un dittatore. Altri rifiutano l’ipotesi di un dittatore, ma poiché non vedono alternative, si rassegnano e abbandonano la Politica ai politici. Ciò peggiora le cose, perché in questo modo si lascia che la società venga gestire da politicanti preoccupati più del loro potere personale che degli interessi della collettività.

Questo opuscolo spiega come gestire la società senza ricorrere ai rappresentanti, con i cittadini che votano direttamente le politiche da attuare invece che votare per eleggere dei politici. Quando tutti i cittadini decidono tutte le politiche, i rappresentanti politici diventano superflui perché il loro lavoro è quello di decidere per gli altri.
Essi rappresentano altri. L’autorità di rappresentare gli altri costituisce un ‘potere’, ed è questo potere – non la Politica – che genera corruzione. Abolire il loro potere significa abolire la corruzione. Senza la corsa a questo potere, la Politica verrà liberata dall’ipocrisia, dalla doppiezza e dalle cospirazioni. Quando tutti i cittadini decidono tutte le politiche abbiamo un nuovo sistema politico chiamato Democrazia Diretta (DD). In tale sistema nessuno rappresenta altri, nessuno viene pagato per decidere le politiche, quindi i costi di gestione della collettività vengono ridotti al minimo, mentre aumenta l’interesse dei cittadini per i problemi della società.

Nessun sistema politico è in grado di curare tutti i problemi politici. Credere che possa esistere una simile cura porta a pericolose delusioni. Una simile cura non esiste. L’abolizione dei rappresentanti risolverà molti problemi politici ma non tutti. Quando ogni cittadino può proporre, discutere e votare ogni tipo di politica, nessuno ha più l’autorità di decidere per gli altri e di conseguenza il potere dei politici è abolito. Per loro, il potere politico è come una droga. Coloro che arrivano a possederlo – in ogni organizzazione sociale: Stato, Chiesa, comune, scuola, famiglia – ne diventeranno dipendenti. Dovrebbero essere trattati come quei drogati che fanno qualsiasi cosa pur di continuare ad ottenere la loro droga. Molti politici bramano per il potere in quanto tale, ma anche coloro che lo usano per migliorare la società faranno qualsiasi cosa pur di continuare a possederlo.

La DD abolisce il potere politico proibendo a chiunque di decidere le politiche per gli altri.

Nessuno rappresenta gli altri. Ogni cittadino o cittadina detiene soltanto un voto per ciascun indirizzo politico e rappresenta soltanto se stesso, se stessa.

Se una politica sbagliata produce dei risultati indesiderati o negativi, coloro che l'hanno votata ne sono responsabili. Per evitare il ripetersi dei risultati negativi i cittadini dovranno scoprire perché hanno votato una decisione sbagliata e riconsiderare le loro motivazioni. Questo li farà cercare in se stessi – non all’esterno di se stessi – le cause dei problemi politici, per identificarle e superarle.

La Democrazia Diretta può perciò essere descritta così: “Ogni cittadino possiede in ogni momento l’autorità per proporre, discutere e decidere votandola, ogni politica.”
Questo significa abolire il potere dei politici, abolire la loro autorità di decidere per gli altri. Ogni cittadino ha il diritto di proporre, discutere e di votare ogni legge ed ogni politica. Che poi i cittadini vogliano o no usare questo diritto, spetta a loro deciderlo.

TRATTO DA "LA POLITICA SENZA I POLITICI"
DI AKIVA ORR

domenica 21 ottobre 2007

Quando l’occupazione è anche un vantaggioso business

Quando si visita per la prima volta Salfit, si ha immediatamente l'impressione che ci sia qualcosa di sbagliato. Forse è la torretta militare in cima alla collina che domina la città, dandoti l’impressione ci sia sempre qualcuno che ti sta guardando, o forse è la vicinanza dell’insediamento israeliano di Ariel, con i suoi tetti rossi, così vicino a Salfit, eppure così diverso delle case di pietre bianche palestinesi.

Salfit è una città abbastanza piccola, con una popolazione di soli 9.750 abitanti, mentre il Distretto nel totale ha una popolazione di 70.000 abitanti. La città è situata nel centro della Cisgiordania, a lato di una lunga valle, a metà strada fra Nablus e Ramallah. L'agricoltura è un settore importante dell’ economia, ed in particolare la coltura delle olive e dell’uva, così come le mele e le mandorle. Tutto questo conferisce al paesaggio il carattere tipico della Cisgiordania, con grandi campi coltivati divisi soltanto da piccoli muretti di pietra.

Salfit è una delle città del nord Cisgiordania più toccata dalla presenza degli insediamenti di coloni israeliani nei Territori Palestinesi Occupati (OPT). Ariel, il più grande insediamento in tutta la Cisgiordania-ed altre 16 colonie- è costruito sulla terra di Salfit, con una popolazione totale di circa 40.000 coloni. La presenza di questi insediamenti interessa la zona, oltre che per la confisca delle terre per sviluppare l’insediamento, anche per il percorso del muro di separazione, costruito proprio per "proteggere" gli insediamenti dalla popolazione palestinese locale.

Nella zona di Salfit, il muro procede serpeggiando all'interno della linea verde nel territorio palestinese per oltre 15 chilometri. Le zone che il muro separa dai territori palestinesi includono l’insediamento di Ariel, oltre alle zone industriali di Barkan e di Zahav. La città di Salfit, inoltre è situata nella regione più ricca di acqua dell’ intera Cisgiordania; dove l’pprovvigionamento isrico non era mai stato un problema per la popolazione, neanche nei mesi di siccità estivi. Tutto è cambiato con l'istituzione massiccia degli insediamenti a seguito della guerra del 1967.

Sedici pozzi artesiani sono stati confiscati da allora poiché i rifornimenti idrici sono stati riorientati, per varie miglia, per arrivare ad Israele e per fornire l’acqua dei pozzi ai coloni. Gli israeliani ed i coloni consumano cinque volte più acqua dei Palestinesi locali, tuttavia i Palestinesi la pagano ad un prezzo che è il 300 per cento in più. I villaggi vicini di Kifr Al-Dik e di Bruqin sono costantemente in insufficenza idrica e spesso senza acqua affatto, poichè le risorse idriche locali sono pressochè ad esclusivo uso dei coloni.

La strada principale precedente, asfaltata e veloce, proveniente dal nord del Distretto, che collegava i due paesi e con la città, e con il sud della West Bank, si trova ora all’interno della zona "di sicurezza", presa da Israele, sotto controllo dei militari israeliani e riservata ad uso dei coloni che li vivono. La strada che adesso conduce ai due villaggi non è pavimentata; è piena di buchi e di curve, non asfalatata né battuta. Ma è l’unica strada disponibile per i Palestinesi, dopo che è stato loro interndetto l’uso della precedente, e percorre la zona agricola di Salfit per quasi 15 chilometri, portando ad almeno 20-30 minuti un viaggio che prima ne durava cinque, ed aggiungendo un'altra frustrazione alla vita quotidiana dei civili palestinesi che vivono nella zona.

È precisamente percorrendo questa strada che diventa chiaro che cosa c’è di sbagliato in questo posto. È l'odore: un odore nauseante di acque di scarico. Questa sensazione è confermata quando si osserva sulla destra della strada, dove sembra esserci un fiume che è però una fogna a cielo aperto, proveniente direttamente dall’insediamento di Ariel e dalla zona industriale di Barkan.

Per gli scorsi nove anni, il comune ha provato a costruire un impianto di depurazione per le acque di scarico dei residenti palestinesi. L’impianto doveva essere costruito sulla terra del distretto di Salfit, a 13 chilometri dalla città. Il comune ha ricevuto una donazione di 22 milioni di shekels dal governo tedesco per costruire l’impianto ed un tubo di collegamento alla città, ma i militari israeliani hanno fermato la costruzione ed hanno sequestrato l'apparecchiatura, poichè questa avrebbe potuto interferire con gli insediamenti israeliani vicini.

L'apparecchiatura è stata restituita circa 18 mesi dopo. Di conseguenza, il comune ha dovuto farsi fare un prestito per comprare altra terra, otto chilometri più vicino alla città, ed un prestito ulteriore di 2 milioni per risistemare le tubature ed i cavi elettrici. Comunque, anche se l’autorità civile israeliana ha approvato la locazione del nuovo impianto, il muro di separazione previsto nella Cisgiordania separerà Salfit dal suo impianto di depurazione, che allora sarà, molto probabilmente, oggetto di confisca da parte dei coloni israeliani.

La situazione attuale, secondo l’agenzia delle NU OCHA, è la seguente: Israele ha costruito un impianto di depurazione per l’insediamento di Ariel, capace di depurare circa 0.95 milioni di metri cubi di acque di scarico ogni anno, mentre i coloni ne producono 2.27 milioni, lasciando quindi 1.32 milioni di metri cubi di acque di scarico non trattate, circa il 78% della produzione di acqua non trattata totale, che quindi scolano diritti nella valle vicina di Al-Matwi, dove i due villaggi di Kifr Al-Dik e Bruqin si trovano.

Questa valle, oltre che la valle di Wadi Qana, ospita inoltre le circa 80 fabbriche della zona industriale di Barkan, produttrici di prodotti chimici, plastica ed olii, con un'uscita di 0.81 milioni di metri cubi di acque di scarico all’anno. Tutte queste acque di scarico, convergendo, hanno formato un fiume nella zona, che scorre dall’insediamento di Ariel, verso la linea verde, passando attraverso il terreno agricolo ed i villaggi di Kifr Al-Dik e di Bruqin, e percorrendo la valle si Salfit per finire diritto in Israele.

Quest’acqua, oltre che essere la causa dell'odore nauseante che si spande per l'intera valle, ha contaminato la pompa dell'acqua che fornisce il 25% dell'acqua potabile del Distretto, situata nella stessa zona. Il Ministero della Sanità palestinese ha avvertito la popolazione del distretto di Salfit di non usare l'acqua, neanche per gli animali, ed ha provato a risolvere il problema aggiungendo più cloro. Di conseguenza, entrambe le pompe della zona, chiamate Al-Matwi e Shamiyeh, sono contaminate adesso o non potabili, ed i comuni dei villaggi devono comprare la loro acqua dall'azienda israeliana Mekorot, pagando quasi cinque volte il prezzo dell'acqua locale.

Il problema delle acque di scarico, tuttavia, è collegato non soltanto all’acqua potabile e alle pompe, ma anche all’approvvigionamento di cibo per la popolazione civile del luogo. Camminando lungo la strada dalla città ai villaggi, è frequente vedere mucche, pecore e capre dei pastori locali che bevono l'acqua del fiume chimico e mangiano sull'erba che cresce sulla riva fertile. In più, mentre il fiume serpeggia attraverso il terreno agricolo, le radici degli alberi delle vigne, degli uliveti e degli alberi di mela si nutrono nelle acque sporche che filtrano attraverso la terra. Di conseguenza, oltre che acqua contaminata, la popolazione della zona si ritrova ad oggi con carne, latte, frutta e verdure contaminate.

I due villaggi di Kifr Al-Dik e di Bruqin sono villaggi poveri e piccoli. Il loro reddito proviene quasi esclusivamente dalla terra e dagli animali, ora che i permessi per andare a lavorare in Israele sono difficilmente ottenibili . Il fatto che l'acqua e il cibo siano contaminati però paradossalmente non ha cambiato il comportamento della popolazione dei villaggi: la scelta che queste persone hanno dovuto prendere è quella fra consumare viveri contaminati, oppure decidere di comprare solo prodotti provenienti da fuori, e quindi abbandonare la coltura e la vendita, ed in questo modo non avere più soldi con cui comprare l'acqua o il cibo “puliti”.

Percorrendo la riva del ruscello mi imbatto in un bambino che sta pascolando le sue mucche. Io gli chiedo se lui beve il loro latte e com’è. Mi sorride e mi dice che è buonissimo “Saki, saki!”..io allora gli spiego che l’acqua è contaminata e che non dovrebbe portare li le sue mucche, ma lui mi dice “ma figurati il mio latte è buonissimo, e poi se devo morire meglio morire per una malattia che non di fame”.

Secondo le statistiche del Ministero della Sanità palestinese, il risultato di questa situazione è che circa il 70% dei malati di cancro nel distretto di Salfit proviene da questa zona vicino al fiume ed al complesso industriale israeliano. Inoltre, c’è stato un incremento di casi di malattie contagiose della pelle, dovute alla grande concentrazione di zanzare nelle vicinanze delle fabbriche e nei posti in cui le acque sporche vengono scaricate, oltre che numerosi casi documentati di malattie contagiose, alcune delle quali causano problemi al sangue. A livelli molto elevati anche i casi di epatite A e di epatite B nella popolazione locale.

Ad aggiungersi a questa già difficile situazione, il fiume tossico ha portato alla morte ed alla rovina degli alberi e dei raccolti situati nella sue vicinanze immediate. Il primo ad avantaggiarsi in questa situazione è Mekorot, un'azienda israeliana, l'unica che vende acqua negli OPT. Un altro vantaggio a favore di Israele è che, sottraendo l'acqua palestinese, gli insediamenti non devono comprarla e neppure devono pagare il costoso trattamento per le acque di scarico che producono. Ancora, i produttori chimici e le fabbriche che provocano danni ambientali, ritenute quindi pericolose in Israele, ora hanno trovato un posto dove possono continuare a funzionare, nel quale non ci sono regole da seguire, poichè le leggi israeliane non valgono nei Territori Occupati Palestinesi.

L'occupazione dei OPT distrugge non soltanto la libertà dei Palestinesi, o la terra, ma anche l'aria, l'acqua e il cibo. L'esistenza di qualcosa come i "diritti umani fondamentali " in questo posto assume le fattezze di un sogno, mentre l'occupazione rivela la sua vera faccia, la faccia di un commercio di milioni di shekels. Questa sembra essere una spiegazione all'espansione continua ed alla politica di occupazione, molto più plausibile di tutte le giustificazioni religiose finora offerte.