mercoledì 1 aprile 2009

SULL'ANARCHIA (e sul comunismo): DISCORSO TRA TIZIO E CAIO (TERZO TEMPO)


TIZIO: Allora, cosa mi dici del diritto alla proprieta' privata, come faccio a proteggere i miei diritti, senza governo o istituzioni?
CAIO: Siamo alle solite. Ogni volta che si parla dei diritti inviolabili dell'uomo salta fuori che la proprieta' privata e' uno di questi. E' da quel bravo ragazzo di Locke, poi Rousseau, poi ancora le varie costituzioni, ci raccontano questa vaccata da anni ed anni. E noi siamo cosi' abituati al fatto che e' cosi' che non ci azzardiamo a metterlo in discussione.
TIZIO: Allora sei un comunista!!
CAIO: Innanzi tutto sfatiamo questo mito sul comunismo. Cos'e' comunismo?
Se facciamo questa domanda a persone prese a caso in mezzo alla strada di qualunque paese, avremo sempre delle risposte diverse, ma tutte con un unica matrice: il regime comunista russo, oppure il regime comunista cinese. Ora, io sono una giurista in questo, ed amo le definizioni precise. Il comunismo e' un termine inventato da Marx, e quindi comunista e' la teoria economica di Marx. Marx non ha scritto trattati di politologia, Mark era un economista, ed quindi parla di teorie economiche. Marx non parla di una dittatura del proletariato in termini di lugo periodo: la dittatura del proletariato e' per Marx una fase intermedia e temporanea che serve al proletariato per creare la coscienza di classe, che dissolvera' la necessita' di un governo e fara' si che sia la coscienza delle persone a farle decidere su come amministrare le proprie risorse. La teoria economica di Marx non e' mai stata applicata. Ci si e' provato, si ha preso ispirazione dalle sue idee, ma non si e' mai riuciti a realizzare quello che Marx proponeva come soluzione al problema di classe ed all'esistenza del capitalismo.
TIZIO; Vedi allora che mi dai ragione, il comunismo e' stato un fallimento quando e' stato attuato ed ha portato a terribili dittature e regimi, quindi e' una teoria sbagliata.
CAIO: No, una teoria non e' solo sbagliata o giusta, una teoria ha degli assunti di base e delle soluzioni proposte, ma queste due non sono la stessa cosa. Una teoria e' appunto teorica, la realta' e' per definizione, reale. Si puo' essere in disaccordo con le soluzioni che Marx propone per risolvere il problema, ma ad oggi non si puo' negare che quel problema esista, o che la sua analisi sullo sviluppo nel tempo del capitalismo fosse sbagliata. Marx aveva infatti ragione: il capitalismo e' un sistema economico che non si puo' sostenere all'infinito, le classi sociali si stanno sempre piu' delineando su schieramenti lontani ed opposti ed i governi stanno difendendo gli interessi delle classi ricche e dei proprietari di capitale.
TIZIO: allora la tua anarchia si riduce a questo? un altro regime del partito comunista, i pogrom, epurazione delle classi ricche??
CAIO: vedi che ancora non ci sei? E' un altro discorso completamente diverso parlare delle soluzioni che Marx aveva delineato per risolvere il problema, tra cui la dittatura del proletariato, e poi la dissoluzione dello stato. Anche qui, la dittatura del proletariato a me suona di molto romantico ma inutile, una dittatura e' una dittatura e la creazione di una coscienza e' per me inconciliabile con un sistema dittatoriale. Ma Marx ha scritto in altri tempi, tempi in cui la dittatura era considerata come un mezzo come un altro per governare. Cosa che in effetti e'.
TIZIO: Allora mi stai dicendo ancora che secondo te dittatura e democrazia sono la stessa cosa? Che non esiste differenza? sono solo due modi per governare??? e allora dove sta la liberta', la giustizia, l'eguaglianza?
CAIO: Noi dobbiamo sempre decidere se una cosa e' buona o cattiva, e di conseguenza tutto quello che da li discende e' buono o cattivo. Noi abbiamo bisogno di dire che una dittatura e' cattiva rispetto ad una democrazia e' buona senza soffermarci sulle conseguenze di una e dell'atra per decidere.
TIZIO: perche' le conseguenza sono le stesse?? Tu che vivi negli USA hai gli stessi diritti di chi vive in Russia, o Cina??
CAIO: No. Ma questo non significa che la democrazia americana e il regime cinese non servono lo stesso scopo, e non creano le stesse problematiche e costrizioni. come faccio a dire che una e' buona e l'altra e' cattiva? In cosa quantifico l'efficienza della democrazia rispetto alla dittatura, dalla quantita' di cose che posso comprare e di cose che posso dire, o dalla qualita' delle cose che posso comprare e dalla qualita' delle cose che posso dire??? Se prendi un cittadino iracheno e lo metti in mezzo alla piazza rossa di Mosca ad urlare che Al Quaida e' la tua organizzazione preferita e poi gli fai fare la stessa cosa divanti alla Casa Bianca, quale dei due paesi pensi che ti concedera' piu' diritti?
Quindi, assestato che io potrei essere considerata comunista solo nella parte analitica della Teoria di Marx, nel suo descrivere le cose e spiegare le diamiche e le motivazioni alla base, torniamo alla nostra proprieta' privata. Proprieta' privata come diritto inviolabile dell'uomo.
Perche' la proprieta' sarebbe un diritto inviolabile?
TIZIO: Perche', secondo il nostro Locke per esempio, la proprieta' privata nasce prima ancora del governo, ed anzi questo ne e' funzionale alla preservazione e protezione. La proprieta' privata nasce con l'uomo.
CAIO: io credo che la riformulazione corretta e' che il desiderio di possesso nasce con l'uomo. E questa e' una cosa molto diversa.
TIZIO: Ma senti, persino la Bibbia ne parla quando ci dice che l'uomo possiede tutto cio' che c'e' sulla terra e ne puo' disporre a suo piacimento. E questo, per secoli e secoli, e' quello che l'uomo ha fatto. Disporre delle risolrse naturali, della terra, dell'acqua, degli animali, dell'aria , dell'energia dei protoni: l'uomo ha imparato ad usare e disporre di tutto a suo piacimento.
CAIO: Io nego l'esistenza di qualsiasi diritto di possesso delle risorse naturali. Nego l'esistenza della proprieta' privata come attributo del nostro essere umani, e questo peche' nego ogni diritto dell'essere umano di disporre del mondo a suo piacimento. Noi non disponiamo del mondo, noi lo abitiamo, noi ne siamo parte, ed una parte non possiede altre parti a lei eguali. Noi concepiamo la non proprieta' dell'uomo sull'uomo ma ci ostiniamo a pensare come normale la propieta' sull'acqua, sulla terra, sulle piante e sugli animali.
TIZIO: Non ti seguo, per quale motivo la propieta' dell'uomo sull'uomo dovrebbe essere concepira come la proprieta' dell'uomo sulle cose?
CAIO: Perche'? perche' qualcuno si e' dimenticato di osservare che la proprieta' sul prodotto del tuo lavoro non e' la stessa cosa della proprieta' sulle risolse naturali. Ogni volta che si parla di proprieta' privata e si nega che esista un diritto alla proprieta' privata la gente automaticamente pensa che non potra' piu' avere uno stereo, una macchina, la sua casa etc. La negazione delle proprieta' privata non e' questo: io nego la proprieta' privata come diritto di possere qualcosa che tu non hai prodotto e che puoi usare per controllasre le mie scelte, la mia vita e la mia sopravvivenza. Questo nego: io nego che l'esistenza di una proprieta' sulla terra ad esempio. Tu poi lavorarla, ed i frutti che tu produci con il tuo lavoro sono "tuoi"nel senso che tu ne disponi, ma la terra, quella non sara' mai tua, come mai tua sara' l'acqua, o l'aria. La proprieta' privata non e' un diritto umano naturale nel momento in cui in natura non esiste proprieta' privata, l'uomo nasce nullatenente, e senza alcun diritto di possedere. L'uomo puo' usare, l'uomo puo' modificare, ma l'uomo non possiede se non cio' che ha creato con le sue mani. La condivisione delle risorse naturali ' dall'altro canto una delle poche soluzioni possibili: il diritto alla vita e' un diritto valido per tutti e su di esso si basa l'assunto che tutto cio' che mi serve per vivere non mi puo' essere venduto, e non puo' essere posseduto da qualcun'altro, altrimenti la mia vita nasce da schiavo e da schavo rimarra' per sempre. La vita si basa sulla comunanza, nasce dalla comunanza del corpo e si sviluppa nella condivisione della vita. Lo stesso vale per le risorse naturali, lo stesso vale per la vita in comunita'. L'individualismo e' cio' che ha distrutto questa concezione del mondo, ma questo e' un altro discorso..

mercoledì 4 febbraio 2009

DILEMMA

Esiste un dilemma nell'ambito dell'aiuto umanitario che riguarda tutte le associazioni, NGO e organizzazioni internazionali e che e' l'emblema della problematica legata alla cooperazione, all'aiuto di emergenza ed in generale di tutte le organzzazioni di ogni tipo che hanno una dimensione spaziale separata tra lavoratori nel "field" e impiegati che prendono decisioni nel quartier generale.

Il problema sembra banale ma di fatto non lo e'.

Chi lavora sul campo, come ho fatto io negli ultimi anni della mia vita, ha una prospettiva storico-politico-economica che e' di fatto ancorata alla realta'. Il "field worker" non solo ha, in genere, ma non sempre, studiato sui libri, ma conosce e percepisce ogni singolo aspetto della realta' intorno a lui perhce' quella realta', che lui analizza e' la stessa dove lui deve vivere.
I cooperanti che lavorano in Africa, gli attivisti che lavorano in Medio Oriente, i monitori dei diritti umani in Russia o Cina, sono tutte persone che vivono la stessa realta' dove lavorano. Non c'e' divisione spaziale tra il loro lavoro e la loro vita. E' come se vivessero in ufficio (una volta una hostess mi disse che l'aereo per lei era come il suo uffcio!!!). Il risultato di questo sistema e' che queste persone hanno una conoscenze della realta', delle dinamiche, delle violazioni che vedono, del sistema all'interno del quale vivono che e' assolutamente radicato nella esperienza diretta della realta' che vivono. Quando loro parlano di violazioni dei diritti umani, di guerra, di conflitti, di vittime, di profughi, di dolore, loro non se lo immaginano, loro stanno parlando di occhi veri, di odori, di emozioni provate, di sudore e pianto. Ogni parola e' ancorata ad un evento, un viso, uno sguardo, una emozione. Non sono immagini nella televisione, non sono suoni alla radio, sono suoni ed immagini che vengono da dentro.

Ma non sono queste persone che prendono le decisioni di solito. Chi prende le decisioni, sono i cosidetti burocrati, coloro che siedono a New York, a Vienna, a Ginevra, sono i dirigenti, coloro che decidono, parlano e dettano condizioni. Senza di loro pero' non ci sarebbe organizzazione, non ci sarebbe tutto quell'apparato logistico e materiale che serve a coloro che lavorano sul campo. I burocrati sono sempre accusati di parlare politichese e di non capire come funzionano le cose nella realta', ma la verita' e' che molti di loro a loro volta sul campo ci sono stati. E sanno che cosa vuol dire. Ma il fatto che non vivano piu' la realta che devono in qualche modo analizzare fa si che queste persone abbiano una capacita' di capire e decidere senza farsi condizionare da quello che i volti, le emozioni e gli odori possono solo confondere.

Il dilemma rimane. Quelli che vedono e non hanno voce, questi che hanno voce non vedono.
Ed e' questo che incasina tutto, e' questa disconnessione che fa arrabbiare gli uni con gli altri e che li delegittima rispettivamente. Ma la cosa peggiore e' che anche se sei cosciente di questa differenza, non ci puoi fare niente. Una volta che hai visto non puoi non vedere piu'. Ma quando non vedi piu' non puoi piu' tornare a vedere di nuovo.

Pochi giorni fa parlavo con un funzionario della agenzia per l'aiuto umanitario OCHA delle NU che era appena tornato da Gaza. Una persona con una esperienza sul campo incommensurabile, un uomo che ha vissuto tra i peggiori massacri che l'Africa abbia conosciuto e che ora lavora al quartier generale delle NU, e diventato un "burocrata".
Il suo ritratto del conflitto Israelo-Palestinese mi ha fatto capire che la mia visione globale era fondamentalmente basata su emozioni e non su fatti. E questo non significa che io fossi nel torto, ma consideravo solo una parte della questione.
Il mio vissuto e' cio' che fa di me quello che sono, ma quanto e' responsabile di quello che non sono?
Certe volte quando vogliamo disperatamente qualcosa tendiamo a cercare una soluzione facile ai problemi per poter visualizzare una soluzione possibile, per avere una luce a cui guardare alla fine del tunnel. Ma la verita' e' che la realta' e' complicata e non si riesce a visualizzare una soluzione certe volte. Ma se lasciamo andare la mente e riusciamo a disfarci dei costrutti mentali, delle barriere psicologiche, delle strutture culturali e sociali, allora potremmo immaginare qualcosa di diverso, potremmo immaginare una soluzione tra le inimmaginabili, potremmo imaginare qualcosa da trasformare in nuova realta'.

Basta non smettere mai di imparare, di ascoltare...e di indignarsi

martedì 20 gennaio 2009

CONFUSA

Io sono una pacifista, una pacifista. Nel senso che credo che la nonviolenza non abbia dei limiti, dei confini, degli obiettivi al di fuori della sua portata. E lo sono sempre stata in fondo. Ma la mia situazione non e' statica..non sono una di quelle che non cambia mai idea, anzi, la nonviolenza e' il concetto per me piu' mutevole e sfaccettato che abbia mai concepito.

Nonviolenza una parola sola. Nonviolenza non come negazione, ma come affermazione, come diritto, come positiva azione che tende a spezzare il cerchio della violenza intesa come reazione. Nonviolenza come petra miliare della strada verso la pace.

Pace, pace una parola sola. Sola nel senso che nessuno sta dalla sua parte, pace come tutti la vogliono ma nessuno se la prende, pace come io ballo da sola, pace non come contrario di guerra, ma lingua dove la parola guerra non esiste.

Eppure oggi, sola nella mia stanza, pace e nonviolenza perdono il loro significato. E so dove lo hanno perso. Cosi' torno sui miei passi, torno laddove le ho viste l'ultima volta, torno a cercare quello che ho perso. Torno tra le case distrutte di Gaza, torno tra le urla della madre che piange suo figlio, torno tra le macerie. Torno e cerco. Eppure, ogni sguardo, ogni inquadratura, ogni volto, mi restituisce un riflesso di una me stessa che non riconosco piu'. Dove sono io in quelle immagini di disperazione? dove e' la pace? dov'e' la nonviolenza?

Ma anche se non mi stanco di cercare, il freddo d'improvviso mi strema. E mi ritrovo seduta su di un sasso, di fronte all'immagine del mio essere umana e il freddo glaciale della mie emozioni mi strema. Mi strema al punto tale che non ricordo pu' chi ha cominciato, chi ha ragione, chi sapeva ed ha taciuto, chi non ha fatto niente, chi poteva ma si e' trattenuto, chi ha avuto paura, chi ha fatto solo i suoi interessi.

Ha tanta importanza chi ha ragione? Davvero esiste un bene ed un male? Oppure siamo solo bandierine al vento che seguono una corrente artificiale che alla fine le portera' comunque tutte al mare? Davvero tanti morti valgono un obiettivo piu' grande? E dove finiscono le loro vite? Diciamo che si sono spezzate, ma dove sta' l'altra parte?

E le nostre di vite? Puo' essere che ogni vita che se ne va in realta' porti via anche un po' della nostra di vita? E se ogni persona che muore in realta' ci porta via un po' del nostro essere umani, un po' della nostra civilta', un po della nostra anima, quanta ne rimarra' alla fine?