venerdì 13 novembre 2009

LO SPAZIO DEGLI INVISIBILI

In uno dei miei primi post ho parlato del concetto di Direct Democracy, o democrazia diretta, impersonato nel concetto di authanarchy cosi' come espresso da Akiva Orr nel suo omologo pamphlet.

Uno dei concetti espresso da Akiva nel suo manifesto sulla Democrazia Diretta e' il potere che ogni cittadino deve avere (sempre) di decidere, votare o revocare una decisione presa, e la totale mancanza di rappresentanza nell'esercizio di questo potere.

Una delle critiche piu' forti a questo concetto e' come fare passare da un sistema organizzato come la democrazia rappresentativa ad un sistema di democrazia diretta senza una rivoluzione violenta o il rischio di una guerra civile. Nella pratica il problema si esprime in termini di cambiamento del sistema vs cambiamento nel sistema. Il cambiamento del sistema porta inesorabilmente alla distruzione del sistema precendente, con tutti i rischi connessi. Un cambiamento nel sistema dall'altro lato prevede la creazione di misure di contenimento dei danni, ma non alla soluzione del problema. Tutto questo naturalmente partendo dal presupposto che le vere cause dei problemi sono intrinseche nel sistema stesso e nella sua struttura primordiale.

Io stessa mi sono spesso chiesta come e in che modo, senza contemplare l'uso della violenza, sia possibile costruire un sistema veramente democratico come la democrazia diretta senza incorrere nel rischio che la distruzione del sistema precedente porti a troppi danni collaterali o alla totale mancanza di basi per poter costruire poi un'altro sistema sulle ceneri del precedente.

Finche', pochi giorni fa, non ho avuto una brillante conversazione con la mia coinquilina, una architetto palestinese, creasciuta a Gerusalemme ed ora a NY per fare un master e possibilmente un dottorato. Nora mi ha spiegato il concetto di autodeterminazione urbanistica cosi' come studiato nel cosiddetto spazio degli invisibili, i campi profughi.

Il concetto e' molto semplice. In un posto come i campi profughi, dove non esiste pianificazione urbanistica ne' regole urbanistiche da seguire, la popolazione, in assenza totale di regolamentazioni, si auto-organizza e gestisce il proprio spazio in totale anarchia, ma senza sopprusi. La popolazione dei campi profughi auto-crea e gestisce i propri spazi senza per questo incorrere in eccessive problematiche e ottenendo di fatto spesso un risultato molto migliore di quanto non ottenga l'urbanistica pianificata delle citta'.

Applicato al concetto di politica questo concetto e' assolutamente brillante. Nella nostra idea di anarchia, come assenza di potere organizzato e di gerarchia, ma anche di ordine e di regole (che io non condivido come definizione di anarchia , ma uso qui a titolo di esempio) lo spazio politico dei campi profughi rappresenta cosa ccade quando non esiste piu' un sistema. La autodetrminazione dei popoli non e' un diritto che viene dato dall'alto, ma e' una forma di organizzazione politica che si sviluppa da sola.

In Somalia l'anno scorso 6 studenti si sono laureati in medicina all'universita' di Mogadisho. In Somalia non esiste un governo da almeno 10 anni che abbia il controllo sul paese e tantomeno su Mogadisho. Eppure, non solo la vita va avanti, ma la gente si autorganizza e riesce a fare le stesse cose che noi consideriamo associate alla sola esistenza di un potere centrale democratico e rappresentativo.

L'esperimento politico dei campi profughi e' estremamente interessante: il concetto di self- determination infatti si esprime in un ambiente dove non esiste alcuna struttura di base, alcuna autorita' con potere di enforcement spesso, e dove la totale gestione e creazione della societa' e' lasciata al potere o volere delle singole persone. Quello che ne viene fuori e' un sistema basato sulla autodecisione, sulla democrazia diretta, che porta ad uno stato di welfare, che non e' uno stato ma una sociata' di welfare, che si prende cura delle categorie piu' deboli, che provvede alla suddivisione delle risorse e degli introiti. La stessa educazione spesso e' completamente autogestita, e cosi' vale per la sicurezza e l'economia di mercato.

E' lo spazio degli invisibili, dove vengono relegati coloro che non si vogliono vedere, in questo sistema di apartheid globale dove esistono categorie di invisibili che vengono isolati anche dal punto di vista urbanistico, una partheid spaziale e politica, che vediamo anche nelle nostre citta', a partire dal muro cotruito a Padova per isolare gli immigrati, dai cancelli degli ex-CPT, alle barriere di Genova nel 2001. Lo spazio come espressione dell'apartheid politica. Questo spazio diventa arena politica di creazione di una nuova struttura sociale, una struttura basata sull'autodecisione e sulla autogestione, che porta ad una espressione di democrazia che non ha niente a che vedere con quella che noi ipotizziamo sola e possibile.

Ed ora la domanda e'..cosa succede quando questo spazio si apre? Cosa viene fuori e cosa entra? Quando saranno di piu' quelli fuori che quelli dentro, come gli invisibili si riprenderanno il loro spazio?

mercoledì 1 aprile 2009

SULL'ANARCHIA (e sul comunismo): DISCORSO TRA TIZIO E CAIO (TERZO TEMPO)


TIZIO: Allora, cosa mi dici del diritto alla proprieta' privata, come faccio a proteggere i miei diritti, senza governo o istituzioni?
CAIO: Siamo alle solite. Ogni volta che si parla dei diritti inviolabili dell'uomo salta fuori che la proprieta' privata e' uno di questi. E' da quel bravo ragazzo di Locke, poi Rousseau, poi ancora le varie costituzioni, ci raccontano questa vaccata da anni ed anni. E noi siamo cosi' abituati al fatto che e' cosi' che non ci azzardiamo a metterlo in discussione.
TIZIO: Allora sei un comunista!!
CAIO: Innanzi tutto sfatiamo questo mito sul comunismo. Cos'e' comunismo?
Se facciamo questa domanda a persone prese a caso in mezzo alla strada di qualunque paese, avremo sempre delle risposte diverse, ma tutte con un unica matrice: il regime comunista russo, oppure il regime comunista cinese. Ora, io sono una giurista in questo, ed amo le definizioni precise. Il comunismo e' un termine inventato da Marx, e quindi comunista e' la teoria economica di Marx. Marx non ha scritto trattati di politologia, Mark era un economista, ed quindi parla di teorie economiche. Marx non parla di una dittatura del proletariato in termini di lugo periodo: la dittatura del proletariato e' per Marx una fase intermedia e temporanea che serve al proletariato per creare la coscienza di classe, che dissolvera' la necessita' di un governo e fara' si che sia la coscienza delle persone a farle decidere su come amministrare le proprie risorse. La teoria economica di Marx non e' mai stata applicata. Ci si e' provato, si ha preso ispirazione dalle sue idee, ma non si e' mai riuciti a realizzare quello che Marx proponeva come soluzione al problema di classe ed all'esistenza del capitalismo.
TIZIO; Vedi allora che mi dai ragione, il comunismo e' stato un fallimento quando e' stato attuato ed ha portato a terribili dittature e regimi, quindi e' una teoria sbagliata.
CAIO: No, una teoria non e' solo sbagliata o giusta, una teoria ha degli assunti di base e delle soluzioni proposte, ma queste due non sono la stessa cosa. Una teoria e' appunto teorica, la realta' e' per definizione, reale. Si puo' essere in disaccordo con le soluzioni che Marx propone per risolvere il problema, ma ad oggi non si puo' negare che quel problema esista, o che la sua analisi sullo sviluppo nel tempo del capitalismo fosse sbagliata. Marx aveva infatti ragione: il capitalismo e' un sistema economico che non si puo' sostenere all'infinito, le classi sociali si stanno sempre piu' delineando su schieramenti lontani ed opposti ed i governi stanno difendendo gli interessi delle classi ricche e dei proprietari di capitale.
TIZIO: allora la tua anarchia si riduce a questo? un altro regime del partito comunista, i pogrom, epurazione delle classi ricche??
CAIO: vedi che ancora non ci sei? E' un altro discorso completamente diverso parlare delle soluzioni che Marx aveva delineato per risolvere il problema, tra cui la dittatura del proletariato, e poi la dissoluzione dello stato. Anche qui, la dittatura del proletariato a me suona di molto romantico ma inutile, una dittatura e' una dittatura e la creazione di una coscienza e' per me inconciliabile con un sistema dittatoriale. Ma Marx ha scritto in altri tempi, tempi in cui la dittatura era considerata come un mezzo come un altro per governare. Cosa che in effetti e'.
TIZIO: Allora mi stai dicendo ancora che secondo te dittatura e democrazia sono la stessa cosa? Che non esiste differenza? sono solo due modi per governare??? e allora dove sta la liberta', la giustizia, l'eguaglianza?
CAIO: Noi dobbiamo sempre decidere se una cosa e' buona o cattiva, e di conseguenza tutto quello che da li discende e' buono o cattivo. Noi abbiamo bisogno di dire che una dittatura e' cattiva rispetto ad una democrazia e' buona senza soffermarci sulle conseguenze di una e dell'atra per decidere.
TIZIO: perche' le conseguenza sono le stesse?? Tu che vivi negli USA hai gli stessi diritti di chi vive in Russia, o Cina??
CAIO: No. Ma questo non significa che la democrazia americana e il regime cinese non servono lo stesso scopo, e non creano le stesse problematiche e costrizioni. come faccio a dire che una e' buona e l'altra e' cattiva? In cosa quantifico l'efficienza della democrazia rispetto alla dittatura, dalla quantita' di cose che posso comprare e di cose che posso dire, o dalla qualita' delle cose che posso comprare e dalla qualita' delle cose che posso dire??? Se prendi un cittadino iracheno e lo metti in mezzo alla piazza rossa di Mosca ad urlare che Al Quaida e' la tua organizzazione preferita e poi gli fai fare la stessa cosa divanti alla Casa Bianca, quale dei due paesi pensi che ti concedera' piu' diritti?
Quindi, assestato che io potrei essere considerata comunista solo nella parte analitica della Teoria di Marx, nel suo descrivere le cose e spiegare le diamiche e le motivazioni alla base, torniamo alla nostra proprieta' privata. Proprieta' privata come diritto inviolabile dell'uomo.
Perche' la proprieta' sarebbe un diritto inviolabile?
TIZIO: Perche', secondo il nostro Locke per esempio, la proprieta' privata nasce prima ancora del governo, ed anzi questo ne e' funzionale alla preservazione e protezione. La proprieta' privata nasce con l'uomo.
CAIO: io credo che la riformulazione corretta e' che il desiderio di possesso nasce con l'uomo. E questa e' una cosa molto diversa.
TIZIO: Ma senti, persino la Bibbia ne parla quando ci dice che l'uomo possiede tutto cio' che c'e' sulla terra e ne puo' disporre a suo piacimento. E questo, per secoli e secoli, e' quello che l'uomo ha fatto. Disporre delle risolrse naturali, della terra, dell'acqua, degli animali, dell'aria , dell'energia dei protoni: l'uomo ha imparato ad usare e disporre di tutto a suo piacimento.
CAIO: Io nego l'esistenza di qualsiasi diritto di possesso delle risorse naturali. Nego l'esistenza della proprieta' privata come attributo del nostro essere umani, e questo peche' nego ogni diritto dell'essere umano di disporre del mondo a suo piacimento. Noi non disponiamo del mondo, noi lo abitiamo, noi ne siamo parte, ed una parte non possiede altre parti a lei eguali. Noi concepiamo la non proprieta' dell'uomo sull'uomo ma ci ostiniamo a pensare come normale la propieta' sull'acqua, sulla terra, sulle piante e sugli animali.
TIZIO: Non ti seguo, per quale motivo la propieta' dell'uomo sull'uomo dovrebbe essere concepira come la proprieta' dell'uomo sulle cose?
CAIO: Perche'? perche' qualcuno si e' dimenticato di osservare che la proprieta' sul prodotto del tuo lavoro non e' la stessa cosa della proprieta' sulle risolse naturali. Ogni volta che si parla di proprieta' privata e si nega che esista un diritto alla proprieta' privata la gente automaticamente pensa che non potra' piu' avere uno stereo, una macchina, la sua casa etc. La negazione delle proprieta' privata non e' questo: io nego la proprieta' privata come diritto di possere qualcosa che tu non hai prodotto e che puoi usare per controllasre le mie scelte, la mia vita e la mia sopravvivenza. Questo nego: io nego che l'esistenza di una proprieta' sulla terra ad esempio. Tu poi lavorarla, ed i frutti che tu produci con il tuo lavoro sono "tuoi"nel senso che tu ne disponi, ma la terra, quella non sara' mai tua, come mai tua sara' l'acqua, o l'aria. La proprieta' privata non e' un diritto umano naturale nel momento in cui in natura non esiste proprieta' privata, l'uomo nasce nullatenente, e senza alcun diritto di possedere. L'uomo puo' usare, l'uomo puo' modificare, ma l'uomo non possiede se non cio' che ha creato con le sue mani. La condivisione delle risorse naturali ' dall'altro canto una delle poche soluzioni possibili: il diritto alla vita e' un diritto valido per tutti e su di esso si basa l'assunto che tutto cio' che mi serve per vivere non mi puo' essere venduto, e non puo' essere posseduto da qualcun'altro, altrimenti la mia vita nasce da schiavo e da schavo rimarra' per sempre. La vita si basa sulla comunanza, nasce dalla comunanza del corpo e si sviluppa nella condivisione della vita. Lo stesso vale per le risorse naturali, lo stesso vale per la vita in comunita'. L'individualismo e' cio' che ha distrutto questa concezione del mondo, ma questo e' un altro discorso..

mercoledì 4 febbraio 2009

DILEMMA

Esiste un dilemma nell'ambito dell'aiuto umanitario che riguarda tutte le associazioni, NGO e organizzazioni internazionali e che e' l'emblema della problematica legata alla cooperazione, all'aiuto di emergenza ed in generale di tutte le organzzazioni di ogni tipo che hanno una dimensione spaziale separata tra lavoratori nel "field" e impiegati che prendono decisioni nel quartier generale.

Il problema sembra banale ma di fatto non lo e'.

Chi lavora sul campo, come ho fatto io negli ultimi anni della mia vita, ha una prospettiva storico-politico-economica che e' di fatto ancorata alla realta'. Il "field worker" non solo ha, in genere, ma non sempre, studiato sui libri, ma conosce e percepisce ogni singolo aspetto della realta' intorno a lui perhce' quella realta', che lui analizza e' la stessa dove lui deve vivere.
I cooperanti che lavorano in Africa, gli attivisti che lavorano in Medio Oriente, i monitori dei diritti umani in Russia o Cina, sono tutte persone che vivono la stessa realta' dove lavorano. Non c'e' divisione spaziale tra il loro lavoro e la loro vita. E' come se vivessero in ufficio (una volta una hostess mi disse che l'aereo per lei era come il suo uffcio!!!). Il risultato di questo sistema e' che queste persone hanno una conoscenze della realta', delle dinamiche, delle violazioni che vedono, del sistema all'interno del quale vivono che e' assolutamente radicato nella esperienza diretta della realta' che vivono. Quando loro parlano di violazioni dei diritti umani, di guerra, di conflitti, di vittime, di profughi, di dolore, loro non se lo immaginano, loro stanno parlando di occhi veri, di odori, di emozioni provate, di sudore e pianto. Ogni parola e' ancorata ad un evento, un viso, uno sguardo, una emozione. Non sono immagini nella televisione, non sono suoni alla radio, sono suoni ed immagini che vengono da dentro.

Ma non sono queste persone che prendono le decisioni di solito. Chi prende le decisioni, sono i cosidetti burocrati, coloro che siedono a New York, a Vienna, a Ginevra, sono i dirigenti, coloro che decidono, parlano e dettano condizioni. Senza di loro pero' non ci sarebbe organizzazione, non ci sarebbe tutto quell'apparato logistico e materiale che serve a coloro che lavorano sul campo. I burocrati sono sempre accusati di parlare politichese e di non capire come funzionano le cose nella realta', ma la verita' e' che molti di loro a loro volta sul campo ci sono stati. E sanno che cosa vuol dire. Ma il fatto che non vivano piu' la realta che devono in qualche modo analizzare fa si che queste persone abbiano una capacita' di capire e decidere senza farsi condizionare da quello che i volti, le emozioni e gli odori possono solo confondere.

Il dilemma rimane. Quelli che vedono e non hanno voce, questi che hanno voce non vedono.
Ed e' questo che incasina tutto, e' questa disconnessione che fa arrabbiare gli uni con gli altri e che li delegittima rispettivamente. Ma la cosa peggiore e' che anche se sei cosciente di questa differenza, non ci puoi fare niente. Una volta che hai visto non puoi non vedere piu'. Ma quando non vedi piu' non puoi piu' tornare a vedere di nuovo.

Pochi giorni fa parlavo con un funzionario della agenzia per l'aiuto umanitario OCHA delle NU che era appena tornato da Gaza. Una persona con una esperienza sul campo incommensurabile, un uomo che ha vissuto tra i peggiori massacri che l'Africa abbia conosciuto e che ora lavora al quartier generale delle NU, e diventato un "burocrata".
Il suo ritratto del conflitto Israelo-Palestinese mi ha fatto capire che la mia visione globale era fondamentalmente basata su emozioni e non su fatti. E questo non significa che io fossi nel torto, ma consideravo solo una parte della questione.
Il mio vissuto e' cio' che fa di me quello che sono, ma quanto e' responsabile di quello che non sono?
Certe volte quando vogliamo disperatamente qualcosa tendiamo a cercare una soluzione facile ai problemi per poter visualizzare una soluzione possibile, per avere una luce a cui guardare alla fine del tunnel. Ma la verita' e' che la realta' e' complicata e non si riesce a visualizzare una soluzione certe volte. Ma se lasciamo andare la mente e riusciamo a disfarci dei costrutti mentali, delle barriere psicologiche, delle strutture culturali e sociali, allora potremmo immaginare qualcosa di diverso, potremmo immaginare una soluzione tra le inimmaginabili, potremmo imaginare qualcosa da trasformare in nuova realta'.

Basta non smettere mai di imparare, di ascoltare...e di indignarsi